«—Mettici tutta l’anima, e t’intenderà lui; non basta forse?—
«Io ero già a cinque o sei anni un feroce curioso. Perchè questo? perchè quest’altro? d’ogni cosa volevo saper la ragione. Mia madre, con una pazienza maravigliosa, mi spiegava le cose come poteva, e fin dove giungeva la sua istruzione, o il suo raziocinio; poi mi diceva: «perchè Dio ha voluto così»; e questa era la ragione ultima, a cui non mi era lecito ribattere. Un giorno la misi in un grave impiccio, la povera donna, coi miei terribili perchè. A proposito di un infelice che avevamo incontrato per via, mentre egli si trascinava a stento nella polvere con due moncherini di gambe, stendendo a noi due moncherini di braccia, la ragione ultima di mia madre cozzò contro una mia irriverente ma non vana osservazione:—Ma dunque è Dio che vuole il male?—
«—Queste—rispose ella stringendosi nelle spalle—son cose che io non arrivo ad intendere. So che tutto è ordine, nel mondo; so che c’è il giorno e la notte, quello illuminato dal sole, questa dalla luna e dalle stelle; so ancora che ci sono dei giorni nuvolosi e delle notti burrascose. Per ora non mi domandare di più; tua madre del resto è una povera donna senza istruzione.—
«Non era vero. Mia madre aveva letto molto, leggeva ancora, quando poteva. Un giorno la sentii dire che se tutti gli uomini cessassero di leggere, si perderebbe la scrittura, come si perde una lingua, quando tutti coloro che la parlano son morti. E soggiungeva che se tutti operassero il bene, il male si estinguerebbe, sparirebbe da sè. Questo è un sogno; ma i sogni non son tutti da mettere in canzone. Perchè non vagheggiarli, quando son belli e fanno bene allo spirito? Che santa educatrice è stata mia madre! Peccato che ci abbia lasciato così presto! Quando ella si addormentò per sempre, io e mia sorella fummo ben tristi. Mia sorella è triste ancora, lo avete notato? Sorride poco, e sempre a fior di labbra. Ebbene, ciò data dal giorno che nostra madre è morta. Quanto a me, non so; molto allegro non sono mai stato. Ma allora avevo otto anni, e mi mandarono subito in collegio; forse per distrarmi, forse per non lasciarmi perdere il frutto della educazione materna.
«Anche in collegio avevo la religione, e più che in casa nostra, anzi troppo di più; la qual cosa incominciò presto a seccarmi. Il buon Dio delle mie orazioni infantili si andava rivestendo di misteri, di dogmi e di formule. Ogni mattina, prima della scuola, avevamo la messa; ma che messa? un messone. Quel prete Risso, che veniva a dircela ogni giorno in congregazione, ci spendeva sempre da quaranta a quarantacinque minuti. Se il prefetto, passeggiante di continuo in mezzo alla corsìa, non ci avesse avuto sempre gli occhi addosso, che sbadigli sarebbero stati! E che risate, quando vedevamo il celebrante far segni ad un personaggio invisibile, borbottando certe parole che nel messale non erano scritte! Si era sparsa la voce che egli vedesse il diavolo, un diavolo tentatore, che veniva a distrarlo fin là; donde i suoi gesti per discacciarlo, e la frase che accompagnava quei gesti, una frase che voleva dirgli: va via. Alle domeniche, poi, avevamo nel mattino l’ufficio della Vergine; più tardi i vespri, e da ultimo la benedizione in chiesa. Nell’ufficio mi piacevano abbastanza le lezioni, in cui facevano le loro prove i cantori; nei vespri un inno, che era poi l’ultimo, e si cantava con un ritmo più frettoloso; nella benedizione mi era, per lo stesso motivo, graditissimo il Salutaris hostia.
«Dopo tutto, quelle eterne funzioni, di congregazione o di chiesa, ci rubavano il tempo destinato alle ricreazioni, agli intervalli dello studio. Volevamo andare a passeggio, per respirar l’aria buona, e ci tenevano chiusi, al fumo delle candele, per cantare un Cœli enarrant, bellissimo, ma che non valeva certamente quelle opere. Non parlo dei quaresimali, degli esercizi, delle feste comandate e non comandate, che si seguivano con troppa frequenza. La confessione era un fastidio grande; la preparazione alla confessione un fastidio anche maggiore. Era così necessario a noi rompere le lezioni e lo studio con larghe boccate d’aria, e i nostri custodi parevano moltiplicare a bella posta le occasioni per tenerci rinchiusi fra quattro mura. Il nostro spirito aveva bisogno di una religione poetica, ed essi ce la rendevano sempre più irta di pratiche minute, di astruserie, di terrori.
«Una bella luce d’aurora in quel buio fu per me la lettura del Genio del Cristianesimo, dei Martiri, dell’Atala, tre libri dello Chateaubriand; permesso il primo, quasi raccomandato; gli altri due letti un po’ di straforo. Quel cristianesimo io lo intendevo, lo sentivo, lo amavo. E amavo anche il rettore del collegio, uomo venerabile per dottrina, amabile per graziosa bontà, senza tabacco sparso sulla tonaca, che Iddio lo benedica. Un’altra mia grande simpatia era il vescovo della diocesi, che veniva qualche volta a visitarci, e che noi vedevamo ogni giorno andando a passeggio. Ho sempre negli occhi quel vescovo, un gran signore torinese, bellissimo di aspetto, soave di modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che pareva sempre domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce d’oro sul petto. L’occhio di quell’uomo non guardava, involgeva; la sua bella mano benedicente mandava carezze nell’aria.
«Con tutto ciò, non intendevo ancor Dio. Per non ismarrirmi fra tante novità, mi rifacevo a quello della mamma; un Dio tutto misericordie, tutto dolcezze, nella sua essenza invisibile, ma profondamente sentita nel cuore. Anche la Madonna era bella, e l’amavo, con la sua veste azzurra e fluente, col suo velo bianco, tempestato di stelle; ma non mi piaceva più tanto, quando la facevano vedere con sette pugnali piantati nel cuore, o con degli scapolari, dei rosarii, penzoloni dal braccio, o con certe pesanti corone messe in bilico sulla testa. Cristo crocifisso, che avrebbe dovuto commuoverli, a forza di mostrarmelo in quell’atteggiamento di spasimo, me lo avevano fatto parere meno doloroso alla vista. Ma niente piacevole me lo avevano reso, dipingendolo col petto aperto e col cuore in mostra; un cuore rubicondo, inghirlandato di rose bianche, abuso d’iconografia capricciosa, sdolcinatura da conventi di monache. Scrivo queste cose come mi vengono alla penna, senza neanche curarmi di ordinarle, di aggraziarle; che forse allora avrei l’aria di metterci una intenzione d’irriverenza; intenzione che è ben lontana dall’animo mio, mentre cerco di esprimervi il mio pensiero, come si andava svolgendo, e allontanando sempre più dalla fede.
«Nel collegio di marina, dove andai dopo finiti gli studi del ginnasio, c’era ancora la religione; ma una religione più asciutta, più rigida, più smilza; pratica di regolamento e non più. Per dirne bene o male, come educazione, bisognerebbe che avessi avuto solamente quella. Chi sa? forse mi sarebbe bastata, e sarebbe anche riuscita più salda, potendo aggiungerci qualche cosa del mio, colmar le lacune con la religione della mamma; fors’anche m’inganno, immaginandolo. Nel fatto, non ne so nulla: ero in un periodo della mia vita, che, senza discredere ancora apertamente, non credevo già più, nè per virtù d’amore, nè per forza di terrore. L’adolescenza è così. Leggevo molto, divoravo tutto quello che mi era stato proibito da prima, tutto quello che non avrei potuto neanche trovare, stando nell’antico collegio. Non so come, mi capitò allora per le mani il Byron col suo Caino, quindi il Goethe col suo Fausto; i due libri che più fortemente abbiano operato nell’anima mia. Curioso! nè oggi saprei più dire in che modo o perchè, questi due drammi, l’uno scaturito dal vecchio e l’altro dal nuovo Testamento, mi ridestarono tutti i dubbî più gravi, me ne fecero corpo, se così è lecito di dire, nell’anima.
«Frattanto la vita mi chiamava, la gran vita, la multiforme vita, con tutte le sue voci possenti, con tutte le sue aspre curiosità. Ufficiale di marina, libero del mio pensiero se non della persona mia, non credetti più a nulla. Avevo letto in quel mezzo il Volney, quello delle Rovine, e il mio passato intellettuale era anch’esso una rovina: lessi ancora le Origini di tutti i culti del Dupuis, e vidi anche meglio esser principio e fonte di ogni credenza umana il maraviglioso complesso dei miti astronomici. Si fece allora nel mio spirito una gran luce, ed anche una gran pace. Capii finalmente il senso arcano di tutte le religioni, e vidi come la nostra forma secondaria dal sabeismo siriaco, attraverso il culto naturalistico di Adonai, fosse rampollata anch’essa dal mito solare. Nello zodiaco egiziano e nel caldeo avevo anche trovati i segni della Vergine e del Serpente, principii di una favola nuova; così nelle mostruose teogonie dello Zendavesta, nella guerra del principio della luce e del principio delle tenebre, avevo scoperto Dio e il Demonio, il bene e il male ad un tempo. E tutto avendo in questa guisa capito, pensavo spesso alla mamma.