«—Povera mamma!—dicevo fra me.—Ella è stata felice nella sua fede. Ma non sarebbe stata egualmente felice nel pieno possesso della scienza? La scienza è luce; la fede non è che una nebbia, adombrante la luce. La vita è fine a sè stessa; un bel fine che noi guastiamo, facendone il mezzo, l’avviamento ad un sogno.—

«Mi parlavate del mare, del mare misterioso e terribile, che può rifare credenti gli spiriti. No, non è il mare che fa ciò, almeno nella più parte dei casi. Il mare è un abisso, ma un abisso che si misura; le sue profondità non hanno più nulla d’ignoto; le sue collere sono fenomeni preveduti; le tempeste hanno una legge; i flutti son coni vorticosi, che vengono, sollecitati da conosciute pressioni a rompere le loro punte rovesciate sul declivio delle coste; la scienza ha svelati tutti i segreti del mare. Perseo, protetto dall’egida di Minerva, la dea della sapienza, ha troncato il capo di Medusa, quantunque avviluppato di tortuosi sofismi. Anch’essa, la povera Medusa dei mari, finisce male come la sua maggior sorella dei deserti di Libia; rigettata alla spiaggia, perde la iridescenza perlacea dei suoi sette colori, mostrando la sostanza viscida di cui era composta.

«Così il mare non ebbe terrori per me, non avendo segreti. Neanche il pericolo ha potuto mai ridarmi ai sogni dall’infanzia, rifacendomi più vile, o più perspicace. Nato tardi, non ho avuta la sorte di assistere, di partecipare ad una grande giornata navale; il mio coraggio ho dovuto provarlo in piccoli scontri, che offrivano pure la lor parte di pericolo per me, come nelle grandi occasioni. No, vi dico, pieno di salute e di forza, animato da un’alta coscienza di me, infiammato da un caldo sentimento di sdegno, non ho mai misurato il pericolo. Nessun timore ha potuto ricondurmi alla fede antica; vi dirò di più, non ha potuto neanche accostarmi a quel mezzo termine del Dio filosofico, tenue tessuto di ragionamenti, pallida forma ondeggiante ad un soffio, oscuro compromesso tra il raziocinio moderno e la consuetudine antica, che sempre risente un pochino della concessione stracca, della transazione di due sistemi, della combinazione di due opposti elementi.

«Frattanto, io volevo conoscere. Conoscendo sempre più, volevo ricostrurre un sistema, una spiegazione adeguata dell’universo, almeno almeno della vita umana, come buon principio ad intendere il resto. I miei vecchi distruttori non mi bastavano più; scelsi via via i più recenti interpetri dei miti antichissimi, i più dotti di storia e di filologia comparata, i più felici ricostruttori delle lingue perdute. Costoro mi distrussero senza fatica il gran mito astronomico, riconoscendone un altro più vecchio, il mito naturale. Andai più oltre, e ne trovai di più sottili, che al mito naturale ne facevano precedere un altro, nel culto del morto che non deve morire del tutto: donde nei due fatti umani, dell’amor della vita nel morente e dell’amore del morto nei superstiti, si vedeva compiuto il mistero della religione primitiva. Ma questa, che ci mostra l’umanità bambina affrontata all’enimma dell’ignoto, non era ancora la soluzione del problema. Ebbi ricorso allora ai filosofi nuovi, che mi rivelarono la materia incosciente, la quale, combinandosi per caso in certe guise, acquista la coscienza di sè. Mi parve un assurdo, come la spontanea formazione degli organismi. Assurdo fin che vorrete, mi rispondevano, ma assurdo necessario; altrimenti non si spiega nulla. Bel modo di convincere! Credere una cosa anche assurda, non è forse un po’ troppo? Tanto faceva starcene con sant’Agostino, che aveva già detto mille seicent’anni fa qualche cosa di simile. Se pure è stato lui, e non Tertulliano.

«Nondimeno, poichè era necessario, mi acquietai. Facciamo cammino, dicevo tra me; la ragione assoluta non è ancor chiara; vediamo la relativa. Quanto ho letto e meditato, nelle lunghe navigazioni e nelle eterne crociere! Ho studiato tutto, col vivo, ardente desiderio di credere nella scienza. Qui almeno siamo sul sodo, pensavo; è qui l’esperienza che rende conto di sè. Che bella cosa, ad esempio, intendere l’evoluzione degli esseri attraverso la selezione e la battaglia per l’esistenza! Il passaggio possibile da specie a specie non mi spaventava più come una difficoltà insormontabile, poichè i miei filosofi avevano distrutto e rimandato tra i ferravecchi il concetto artificiale della specie. E tutto procedeva allora benissimo: l’uomo mi appariva una forma più perfetta, nata per selezione, uscita per lenta evoluzione da una forma meno perfetta. Tutte le forme viventi avevano seguito questo procedimento; dalla cellula primitiva fino al cervello di Dante, continuando a svolgersi, alcune progredendo, altre restando indietro, per variar di fortune, per azione di ambienti. Certo, non tutto era chiaro, nel nuovo sistema; la prova dei fatti offriva molte lacune. Avendo dubitato della religione, avevo pure il diritto di dubitare della scienza, pensandola insufficiente a scioglier l’enimma della vita. Ma ancor dicevo tra me: pazienza e non disperiamo; la scienza non pretende di spiegar tutto d’un colpo; va a passi lenti, ma sicuri; aspettiamo che arrivi. Infatti, tutti i rami dello scibile progredivano a vista d’occhio; progrediscono ancora; non si tratta più della scienza, come ai tempi antichi: si tratta di molte scienze, che fanno cammino da sè, ognuna coi mezzi suoi, vedendo il suo proprio orizzonte. Aspettiamo dunque, aspettiamo che arrivino. Ma no; ci sono i frettolosi. Tutto è evoluzione, nel mondo. In nome della evoluzione, escono fuori tutti i ciarlatani di piazza. Carlo Darwin diceva ancora: aspettate. Ma che aspettare? gridano essi; tutto è trovato; niente è nel mondo di più elevato, niente è in noi di più nobile, che non abbia la sua chiara, umilissima origine materiale.

«Adagio, con l’umilissima. Donde il seme del divino, che io porto in me? Adagio, col ritrovamento del tutto. Come va che le vostre scienze, tutte sicure del fatto loro, quando vengono a riscontrarsi l’una nell’altra, cozzano maledettamente? Vediamo un esempio, incominciando da ciò che si ammette in astronomia. Una gran nebulosa si è formata; nuotando, vagando, ruotando nello spazio, s’è foggiata in zone, in globi concentrici, in anelli; gli anelli si sono spezzati, raggomitolati in globi minori, in pianeti, nuotando, vagando, ruotando ancora intorno a quel centro. Perchè? Per le leggi stesse della materia. Le leggi? ma che leggi, se tutto ciò era avvenuto per caso? Qual legge ha potuto dire alla materia sorda ed inerte di muoversi, e di muoversi a cerchio? Se mi dite che ha dovuto obbedire ad altri impulsi, non avrete fatto altro che allontanare la difficoltà, e noi dovremo ripigliare la disputa per un sistema maggiore da cui il nostro dipende, e così via, all’infinito.

«Intanto, la matematica vien fuori colla legge delle probabilità, davanti a cui la evoluzione, per trarre un frutto qualsiasi dall’incontro di due organismi in qualche modo riproducibili, suppone migliaia di secoli perchè il fatto si avveri; migliaia di migliaia ne suppone per l’adattarsi di un semplice organo a nuovi bisogni ed uffici; migliaia di migliaia perchè lo stesso bisogno, lo stesso ufficio si sia potuto fissare. E poi, che cos’è questo ufficio? che cos’è questo bisogno? come può nascere, se non c’era? È un elemento che non apparteneva al problema; come si è ficcato egli in mezzo? Come è supponibile che l’elefante allunghi la sua proboscide, e la giraffa il suo collo, per raggiungere il cibo, se questi allungamenti han bisogno di secoli, e il cibo era il bisogno dell’ora presente? Come immaginare che possa formarsi la camera oscura dell’occhio, tanto delicato e complicato ordinamento di materia, per i bisogni di una visione di cui l’organismo vivente non aveva l’idea, e non avendo l’idea non poteva avere il bisogno?

«Ma che si parla di organismi superiori? Solo perchè una cellula primitiva si sdoppî, e lo sdoppiamento diventi legge di vita, occorrono miriadi di secoli. Andiamo più su, e dovremo ancora porre che un fermento chimico si muti in organico; e qui la supposizione batte alle porte ferrate dell’impossibile. E le rompesse ancora; l’astronomia, la fisica e la chimica celeste sarebbero sempre là, per negare al sole tutti i miliardi di miliardi di secoli che sarebbero necessarii alla evoluzione, per far riuscire una mezza dozzina delle sue combinazioni primitive, rudimentali.

«Perdonatemi questa disgressione; essa non mira che a significarvi come l’atto creativo venne ancora a parermi necessario. Quest’atto io non ho da vederlo, io non ho da descriverlo, nel linguaggio necessariamente povero, colle immagini necessariamente inadeguate di tutti i sistemi conosciuti. Ho bisogno della legge, come gli stessi materialisti; ma con questa semplice differenza, che essi vogliono la materia intelligente, o capace d’intelligenza, che è infine tutt’uno, e poi suppongono la legge cieca, mentre io immagino cieca la materia e intelligente la legge. Dà noia la parola con cui i popoli primitivi dell’Asia espressero questa legge, ricorrendo all’immagine di ciò che risplende? Non vedo il perchè di questo sentimento, data la insufficienza del nostro linguaggio, che ad esprimere ogni specie d’idee è giunto per estensione progressiva d’immagini.

«Anche senza dir la parola, e riconoscendo il fatto della legge intelligente, io mi ero a grado a grado pacificato. Seguitavo a leggere, ammirando i dotti per davvero, sorridendo dei ciarlatani che tenevano la piazza. E un giorno i dotti mi confessarono (non a me soltanto, ma a quanti si pigliavano il disturbo di leggerli) che il sentimento del divino era un bisogno dell’essere umano; che nessuna scienza poteva fare astrazione da esso, considerarlo come una quantità trascurabile. Mi soggiunsero ancora che il mondo, com’è costituito, non può supporsi l’opera del caso, per un lato, ma neanche, per l’altro, di una intelligenza suprema, bensì di potenze secondarie, ancora assai lontane da quella. Dopo quanto io ne avevo veduto, di questo bel mondo, l’asserzione non mi pareva temeraria: intanto, l’ammissione di cause secondarie e imperfette, mi lasciava intravvedere anche nell’animo di quei dotti l’idea di una causa prima e perfetta. E dissi tra me: benedetti grand’uomini, che avete ripigliato dal bel principio il problema dell’universo, ma non per venire d’induzione in induzione, di deduzione in deduzione, alla dottrina del nulla!