«Anche per essi, adunque, pei Darwin, gli Spencer, gli Stuart Mill, esiste il divino, fuori della evoluzione storica e naturale dei nostri timori e delle nostre illusioni? anche per essi Dio è fuori della materia, comunque da noi poveramente pensato e sentito? Se è, perchè non si svela? Ma qui pensavo ancora dentro di me: perchè dovrebbe svelarsi? Se si svelasse, non cesserebbe ad un tratto l’indagine umana, e colla indagine la ragione istessa della vita? La ricerca dell’assoluto è il fine istesso dell’umanità. Dio è il bene, cioè la verità, la bellezza, la giustizia, la carità, il fonte e la foce dell’ideale, nella grande fiumana dell’universo, di cui non è dato a me conoscere che una minima parte; zolla bagnata, ciottolo travolto, giunco agitato, foglia strappata da un albero alla riva, e travolta dalla corrente, che importa? Il male, poi, il male è tutto ciò che non capisco; in ciò aveva ragione mia madre. Senza aver tanto studiato, la povera donna era già ferma là, dove giunge oggi, reduce da tante battaglie, la scienza degli uomini.
«In quest’altro studio di pacificazione son durato un pezzo, non domandando di più. Ogni viaggiatore ha sentito questo bisogno, di fermarsi un tratto, senza desiderio di giungere alla meta. Ma poi rinfrancato, ho detto a me stesso: perchè vorremmo esser noi fuori del tempo nostro? è lecito di ribellarsi all’ambiente della logica umana, o della storia dei nostri errori, che spesso ne tiene le veci? Se tutte le religioni non furono che passi verso la conoscenza, la moralità, la giustizia, la civiltà del genere umano, perchè rinnegherei la mia? Qui vi farò una confessione; ero proprio sul mare, quando m’avvenne di pensare così; ma il mare non era punto agitato, non prometteva burrasche; ero sano, ero forte, e non avevo l’animo disposto a paure. Guardando davanti a me, nelle diafane serenità dell’orizzonte, mi pareva di vedere qualche cosa che non era il colore dell’aria. Questo colore io sapevo bene come fosse dovuto alla presenza dell’idrogeno. Ma non apparteneva ai fenomeni dell’idrogeno, nè di altro corpo semplice o composto, l’effetto che si produceva in me dal guardare così, con gli occhi dell’anima, in quello sfondo vaporoso che piaceva tanto ai miei sensi.
«Così, per opera di una seconda vista, sentii l’invisibile, penetrai l’inconoscibile. Il mondo cammina, mi diceva la scienza. E cammini, rispondevo io; cammina anche la nave, e non mi toglie di veder sempre qualche cosa là dentro, davanti a me, in quell’orizzonte sempre lontano e presente ad un modo. Viaggiatori della immensità, andremo sempre, e non giungeremo forse mai. Nè io, attenendomi alla religione dei padri miei, penso d’essermi indugiato per via; non temo sopra tutto di dover perdere il treno. Mi dicono che la nostra religione ha delle parti invecchiate. Non so, e se penso che ella contenta dei cuori, nutre delle speranze e forma delle coscienze diritte, son quasi per credere che non sia vera la cosa. Allah (permettetemi questa scorribanda fra gli Arabi, che mi toglierà di parere irriverente, nella dimostrazione della mia tesi, alla religione dei padri miei) Allah è puro spirito, essere unico e sommo, la cui luce consola ancora dugento milioni di credenti, i più fervidi, forse, che il mondo conosca. Mi narrano che il suo profeta fosse un impostore, ed io lascio che narrino; ma dentro di me, se mi fermo a pensarci più che tanto, non credo che Maometto fosse un impostore. Un allucinato, chi sa? Iddio permette di queste allucinazioni; la cosa si può supporre possibile e naturale, come la scienza ammette, suppone e dà per certo che ad un dato momento una forma nuova si svolga da una forma anteriore. Maometto è dunque il frutto del miracolo, in cui si compie un mistero, pari a quello che fa in un dato periodo apparir l’uomo sulla faccia della terra, l’uomo che prima non c’era.
«Vi ho detto assai male tutto ciò che ho pensato. Voi intenderete, nella lucidità dell’anima vostra, come la pratica della filosofia materialistica mi abbia condotto a vedere la sua insufficienza; come una semplice religione filosofica, alla maniera del signor di Voltaire, mi sia parsa scortese per tutte le migliaia di creature intelligenti che intorno a me vivono e credono; come tutte le religioni positive esistenti mi siano parse altrettante incarnazioni del divino. Le consideravo anche progressive, come gradini della scala che mette l’umanità alle porte del cielo. Non offenderò, spero, le timorate coscienze cristiane, dicendo che la loro religione e mia, che è quella portata sulla terra dal figlio, non ha sbugiardata l’ebraica, promulgata dal padre, tra tuoni e lampi, sulla vetta del Sinai. Frattanto, la loro religione o la mia non ho da discrederla, per il fatto che altri ne aspetta una nuova, più chiara e più umana, con meno dogmi, con meno precetti.
«Ripensarla, considerarla per tutti i lati, fu in me l’opera di qualche anno; accettarla fu un punto. Di certo, il descrivervi quel punto non varrà molto a darvene ragione; pure, per contentarvi, ecco qua brevemente quel che mi avvenne. Ero a Milano, approfittando di una breve licenza; vivevo laggiù tra continui passatempi, senza pensieri, felice come può essere l’uomo giovane, sano, forte, padrone di tutte le sue facoltà, ricco abbastanza e senza desiderio di più. Passeggiavo una sera, per far l’ora di andare al teatro. Non so più da qual punto, seguitando il marciapiede, mi trovai nella via di San Celso; e là, da un portone aperto nella penombra del crepuscolo, mi venne un’ondata di musica, voci umane all’unisono, con accompagnamento d’organo. Non avevo immaginato che in quel punto, sulla stessa linea dei fabbricati, ci fosse una chiesa; niente me l’aveva annunziata, e fu istantaneo il moto dell’anima che mi fece entrare in quel luogo. La chiesa era buia; solamente nel fondo si distinguevano quattro o sei fiammelle di candelabri accesi sull’altar maggiore, più per dare indirizzo allo sguardo che per illuminare la gente raccolta a pregare. Seguendo il capriccio improvviso, ero entrato con passo risoluto; ma sùbito fui costretto ad inoltrarmi più lento e guardingo, poichè si era al buio, come vi ho detto, ed io temetti d’inciampare in qualche povera donna inginocchiata. Trovato il primo pilastro della navata, mi fermai, stetti a sentire. La folla, nascosta nell’ombra, cantava le litanie, prologo consueto alla benedizione serale.
«Quante volte non mi ero io ritrovato ad una scena simile, da ragazzo, e senza averne alcun senso particolare allo spirito! Là, invece, in quel punto, fu una dolcezza nuova per me. Mi piacevano le voci; mi piacquero le invocazioni rivolte alla gran madre degli uomini e degli angeli, così teneramente affettuose e così varie nella lor sequela monotona. Tante belle cose si dicevano a Maria; e coloro che le dicevano le pensavano; certamente le sentivano. Che consolazione per essi, che fossero egualmente sentite lassù, nel profondo de’ cieli! Infatti, perchè Dio, causa prima degli esseri, non dovrebbe sentirne le voci?
«Tacque il canto monotono della folla: di là, dall’altar maggiore, si rispose con qualche oremus, con qualche versetto latino; poi due o tre forme incerte, timidamente luccicanti di riflessi metallici al fioco lume dei ceri si mossero, levando di mezzo a quei ceri un ostensorio; si udì un movimento simultaneo, per tutta la grande navata, di persone cadenti sulle ginocchia; si svegliarono da capo i gravi suoni dell’organo, e tutte le voci della moltitudine ascosa nell’ombra intuonarono il Tantum ergo, annunziante e celebrante il mistero dell’accostamento di Dio alla terra. Illusione anche questa? Se è un’illusione, diciamo pure che Iddio l’ha permessa. Ed egli è certamente là, dove, in quella miglior forma ch’ella ha saputo trovare, la creatura lo invoca. Tantum ergo sacramentum... Sì, il patto è consacrato, tra lui e la creatura; ed egli, il santo invisibile, è presente a tutti coloro che credono, che sperano, che confidano in lui. A quel punto, che da ragazzo mi lasciava così freddo, non d’altro desideroso che di sentire il Salutaris hostia, l’inno breve, il ritmo allegro della liberazione e della fuga, a quel punto mi sentii un rimescolo nel cuore, e le lagrime mi salirono agli occhi. Veneremur cernui, cantava la folla adorante; e a me si piegavano le gambe. Mi vergognai e volli star ritto; ma subito un altro sentimento mi prese, facendomi vergognare della mia stessa vergogna. Veneremur cernui, bisbigliava una voce dentro di me; Veneremur cernui balbettavano le mie labbra, all’unisono col canto della moltitudine. Ero caduto in ginocchio, e pregavo.
«In quella chiesa buia, combinata per caso sulla mia strada, in quell’ora di raccoglimento solenne, ho ritrovato Dio, l’ho rifatto in me, luce ed amore. Così ho creduto; così sono rimasto un credente. Dal dubbio alla fede, vi ho detto tutti i miei studi, le mie indagini, i miei errori e le mie sensazioni. La notte è alta, ma gli occhi vedono, come di pieno giorno; nessuna stanchezza nelle mie fibre, e una gioia profonda è diffusa in tutto il mio essere. Mi pare, scrivendo a voi, che un miracolo si compia; il miracolo di trasfonder me, la mia fede in chi amo».
Capitolo XIII.
L’impresa ecclesiastica.
Tre giorni erano passati, dopo che il signor di Vaussana aveva scritto e consegnato il suo passio alla contessa Gisella. Ed era anche, bisogna dirlo, una domenica d’autunno, bella, serena, ma fredda, per un certo vento di tramontana che incominciava ad annunziare la stagione più rigida, e spogliava frattanto del loro fogliame i poveri alberi della montagna; quelli, s’intende, che sogliono perderlo all’appressarsi dell’inverno, come i roveri e gli olmi, i frassini, i tigli e i nocciuoli. Ah, i nocciuoli, soprattutto, come son tristi, quando hanno perduta la bella gloria frondosa degli scudi smeraldini, non mostrando più che una scarna selva di negre aste intirizzite! Maurizio aveva già veduto chiazzarsi di rosso quel verde, poi volgere al giallo ed accartocciarsi qua e là, intorno al dolce nido dei giorni sereni, delle ore di cielo, dei fidati colloquii, al sordo fragore della vicina cascata; pensava già con terrore che di settimana in settimana sarebbero stati più infrequenti per Gisella i pretesti di muoversi da casa, e che presto egli avrebbe dovuto per un altro inverno rassegnarsi a non veder l’amata donna che nelle troppo raccolte e troppo vigilate conversazioni della Balma. L’amor suo, per verità, schietto e profondo com’era, non pativa d’insofferenze nè di egoismo; ma quante non erano le cose che bisognava tacere, alla Balma, o che, a mala pena accennate, non si potevano spiegare con la dovuta abbondanza di parole! Amore è chiacchierino, e soffre a non potersi espandere in frasi, a non potersi esprimere nella varietà infinita delle piccole dimostrazioni.