—Vado da Albertina, mi ha detto;—proseguiva frattanto il generale.—Rinunzio alla colazione, per vedere la funzione della chiesa parrocchiale. Capirete, Maurizio.... Non sono un tiranno, e lascio che Gisella faccia in ogni cosa a modo suo. La gran rivoluzione non deve esser venuta per nulla tra le genti. Ma capirete, ripeto, che questa novità dell’andare in chiesa m’abbia molto maravigliato.
—Ho capito, ho capito;—disse Maurizio, facendo un sorriso intiero.—C’è il vescovo in visita pastorale, come dicono. Mia sorella avrà data la notizia alla contessa, e un po’ di curiosità.... Le signore, dopo tutto, son donne.
—E capisco ancor io;—riprese il generale, ridendo a sua volta di quel riso largo che faceva sollevare più minacciosi che mai sulle guance i suoi gran baffi bianchi dorati.—Davanti alla curiosità non ci son signore. Ma che sciocchezze! che cosa c’è da vedere di strano, in un vescovo? Purchè poi queste visite in chiesa non mi passino in uso!
—Lo credete, generale?
—Perchè no? Ci si va una volta, ci si va due, ci si prende il gusto dell’incenso, e non si sa dove si vada a finire, tra tante scimmiottate. Non amo i preti, lo sapete; e senza nessuna intenzione di farvi dispiacere....
—A me, generale?
—Eh sì, ne so pure qualche cosa. Ma bisogna che ogni uccello faccia il suo verso; e ci sono poi delle verità che un filosofo non può tenersi nel gozzo, senza rischio di sfiancarsi questa parte interessante di sè medesimo. La chiesa ha portato un gran guasto nei costumi, con la sua facilità di perdono, che sembra fatta a bella posta per invitare al peccato. Piaccia ad altri una certa scenetta dell’Evangelio, con la storiella della prima pietra; essa non piace a me niente affatto. A buon conto, io ho preso moglie sapendo in anticipazione che la donna, scelta da me, o dal caso, che è poi tutt’uno, non aveva il difetto di credere a tante scioccherie, e di prendere in certe dottrine pietose un’assicurazione contro la legge dei doveri umani.—
In ogni altra circostanza Maurizio avrebbe tenuto il campo e rimbeccate le argomentazioni del conte Ettore. Ma non era quello il momento di far guerra, ed egli si contentò di balbettare qualche frase, che nel fondo non diceva nulla di nulla; felice abbastanza che quella gran burrasca, a lui minacciata, si sciogliesse in un nembo di paroloni.
La contessa Gisella ritornò molto tardi dalla sua impresa ecclesiastica. Era contenta dei fatti suoi, e non mostrò di badar più che tanto al muso del generale, che all’arrivo di lei aveva creduto necessario di ridiventare più arcigno. Portava notizie della funzione, e le snocciolava allegramente al signor di Vaussana. Aveva veduto tutto, osservato tutto, con l’attenta curiosità di una bambina. Il vescovo l’aveva molto interessata, come era naturale che facesse, essendo un gran dignitario della chiesa, una specie di generale anche lui. Ma che brutto uomo! diceva lei; come poco somigliava all’idea che ella se ne era formata, di un gran signore, bellissimo d’aspetto, soave di modi, grave nel portamento, modesto nella sua dignità, che paresse sempre domandarvi perdono del vestir paonazzo e del portare la sua gran croce d’oro sul petto; di uomo, infine, il cui occhio non guardasse, ma involgesse, la cui bella mano mandasse benedizioni e carezze nell’aria! No, non le andava, quell’uomo, tanto diverso dall’ideale che ella si era fatto dei vescovi. Ed anche quel don Martino, arciprete di San Giorgio, che figura ridicola, affogato in quei suoi paramenti! Vestito della tonaca nera, restava ancor umile, all’altezza della sua povertà di spirito e della sua rusticità di maniere: con quel camice addosso, con quel lusso di piegoline e di ricami, con quella pianeta a fiorami colorati e a liste d’oro, la sua faccia nera e le sue mani vellose mostravano più forte il contrasto fra l’uomo e l’abito; pareva di vedere un orso vestito da festa, in uno spettacolo di fiera.
Il quadro, che la contessa Gisella andava così allegramente dipingendo, piacque moltissimo al signor generale. Giove, dopo tanto corrugamento di ciglia, si degnò di sorridere. E sorrideva anche Maurizio, vinto a suo mal grado dalla amenità di quella piccola caricatura. Ma il giorno dopo, quando ebbe modo di ritrovarsi un istante a quattr’occhi con la contessa Gisella, pensò di non doverle nascondere ciò che il generale aveva detto della sua impresa domenicale.