—Non so che cosa significhi la vostra distinzione;—rispose Gisella.—Sareste incredulo voi, ora? Il mio sogno è stato bello, se mai. Figuratevi che mi son ritrovata in un paese nuovo, un paese orientale, che riconoscevo benissimo, senza averlo veduto mai. Ero uscita dalla città per andare verso un bosco d’olivi, a pregare, sentendo nel mio cuore una gran tenerezza; allorquando, già presso al colmo di una collina, nella calda luce del tramonto, mi apparve un uomo, vestito d’una tunica rossa, con un mantello azzurro sulle spalle. Un uomo, vi ho detto; ma io bene sentivo che non era tale. Intorno alla sua bella testa, incoronata di capelli lunghi e fini, morbidamente ricadenti in ciocche dorate, splendeva mite un’aureola vaporosa: la barba di un bel biondo carico gli scendeva sul petto bianco di latte; gli occhi azzurri, sereni, guardavano pietosamente verso di me, dando un senso di bontà paterna alla bellezza di un angelico sorriso. Non mi parlò; ma la sua mano si alzava benedicendo, ed io mi sentii morire di gioia. Come era dolce quell’atto! come era buono lo sguardo! e quanto, nell’aspetto, aveva egli di voi!

—Ah, ecco,—disse Maurizio,—voi ora guastate la dolce visione. Non è così che bisogna immaginare il buon padre, la cui figura è oltre l’umano. Ma è sempre bello che l’abbiate veduta,—conchiuse,—e che ne abbiate sentita la poesia consolatrice.

Capitolo XIV.
Da Ceppo a Carnevale.

Anche il signor di Vaussana andava in chiesa: credente nell’anima, voleva mostrarsi tale in certi atti esteriori. Amava all’italiana antica; perciò volentieri glorificava la bellezza nel recinto d’un tempio, come avevano fatto l’Alighieri e il Petrarca, e al pari di quei due immortali sarebbe stato capace di un amore puramente ideale. Il destino aveva voluto altrimenti; ma egli nell’amor suo metteva sempre un senso di adorazione, in cui si smarriva quel non so che di pungente e di aspro che l’idea della colpa induce confusamente nell’amore più intenso.

Ah, quella colpa, non la espiava egli amaramente nel difetto della possessione piena ed intiera della donna adorata? Ma in tanta amarezza era più dolce qualche volta il pensare che egli, egli solo, aveva condotta quella divina creatura alla fede; che l’amor suo, svegliando in lei un senso più intimo della ragion delle cose, ne aveva per così dire compiuta la perfezione. Maurizio sinceramente pensava, non esser senza la fede creatura perfetta, come non è perfetta la pianta che non possa vestire i suoi rami di fiori. La bella pianta della Balma, fiorita in quella guisa di fede, guadagnava non pure agli occhi di lui, ma a quelli di tutto il paese, che vedeva un tal miracolo di bellezza sovrana mescolarsi nella modesta chiesa di San Giorgio alla umile turba dei fedeli preganti. Si era creduto da prima che la contessa Gisella fosse tenuta lontana dalle pratiche religiose per volontà del marito, a cui dava noia il fumo delle candele. Vedendola ogni domenica in chiesa, s’incominciò a pensar meno male dell’orso della Balma, che accennava a volersi ammansare; ma più si ammirò la contessa Albertina, la buona fata del Castèu, alla quale si attribuiva da tutti il prodigio.

Così andavano pianamente le cose, come l’acqua d’un fiume alla foce; e il signor generale, vedendo di mal occhio quella manìa religiosa della sua giovane metà, si adattava al fatto con più filosofia che non avesse mai mostrato di avere. Così giunsero le feste del Natale, che furono per Gisella una lieta novità, senza essere una troppo grave noia per il suo signore e padrone. Il Natale, dopo tutto, è una solennità dell’anno che non dispiace a nessuno, checchè si pensi in materia di fede. C’è l’uso antico della baldoria domestica, a cui non saprebbe sottrarsi lo spirito più scettico; e tiepidi credenti e caldi filosofi, facendosi imprestare dagli eruditi qualche notizia intorno alle storiche celebrazioni dell’anno nuovo presso tutti i popoli antichi e moderni del globo, trovano che in certe occasioni, specie quando fa molto freddo di fuori, si sta bene riuniti alla fiammata del ceppo tradizionale. In questo modo si mettono tutti d’accordo, nella più varia dissonanza di umori e d’idee che abbia mai turbata la pace di una famiglia. Le povere donne credenti sorridono meglio ai loro uomini, vedendoli così lieti, quasi contenti di sè medesimi, in quell’ora di domestico abbandono, e pensano e sperano che il giorno verrà anche per essi di accostarsi meglio a Dio. Non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Il gran camino padronale della Balma non aveva avuto da molti anni un ceppo così allegro. Cedendo alle istanze dei Matignon, i signori del Castèu erano andati a far Natale lassù, e così pure la notte del Capo d’anno. Per quella doppia solennità era anche venuto di Francia il capitano Dutolet. Il buon ragno non aveva parenti, e si era mostrato molto amabile venendo a spendere quei pochi giorni di libertà presso il suo antico capo squadrone. Non aveva per quella volta che una breve licenza; ma prometteva di averne una lunga per l’anno prossimo, se niente fosse venuto a guastare. Veramente, guastare non era il verbo adatto: ciò che poteva guastare il disegno di una pacifica gita a San Giorgio sarebbe stato accolto come un invito a nozze da lui, soldato francese anzi tutto. Ma di questo non ne diceva nulla, il buon ragno; aveva caldo l’amor patrio, ma silenzioso, e con quell’aria di Guglielmo il Taciturno lasciava credere di annoiarsi mortalmente per tutt’altra cagione.

—Prendete moglie, Dutolet;—gli aveva detto ad un certo punto il generale.

—Se fossi ricco, perchè no?—aveva risposto il capitano.

—Come?—esclamò la contessa Gisella.—C’è forse bisogno di esser ricchi?