—Sì, e molto ricchi;—rispose il buon ragno.—Come si potrebbe altrimenti coprir di diamanti la donna che si fosse scelta a compagna?—

Era un gentile pensiero; e la contessa Gisella, da buona figlia d’Eva, trovò che il capitano Dutolet ragionava benissimo. Così il buon ragno cansò quella sequela di argomentazioni che sogliono scaraventarsi in ogni società di ammogliati addosso agli scapoli impenitenti. Ma la contessa Gisella, che era stata assai lieta il giorno di Natale, non fu egualmente lieta nella notte del Capo d’anno, quando al brindisi solenne delle dodici il generale alzò il calice spumante del generoso liquore della vedova Cliquot, per bere alla felicità di Maurizio e della sua moglie futura. Era in uno strano periodo psicologico, il generale; voleva ad ogni costo combinar matrimonii. E Maurizio, come aveva risposto al brindisi? Male, assai male, balbettando rotte parole, quasi accettando l’augurio.

—Come fare altrimenti?—disse quel poveretto, appena ebbe modo di ritrovarsi a quattr’occhi con lei.—Dovevo io rispondergli che non gradivo il discorso? Dovevo, con la mia prontezza a respingere un augurio senza nessuna importanza, correre il rischio di mettergli un sospetto nell’anima? Ci pensate voi, anima mia, a quello che potrebbe succedere, se egli immaginasse....

—Non mi dir altro, Maurizio, non mi dir altro!—gridò ella, fremendo.—Tu hai ragione, hai ragione, hai sempre ragione. Ma ho sofferto tanto! Una pugnalata al cuore, in quel momento, mi sarebbe piaciuta di più. Ah, sento che l’anno incomincia male, assai male.

—Superstizioni, non vi pare?—mormorò egli, sforzandosi di sorridere.

—Chi sa?—diss’ella, traendo un sospiro.—Non sono poi le compagne della fede? A me incominciano a venire con essa. Pensate infine che io sono una povera donna, con poca istruzione, con pochissime idee. Quando ne ho una in testa, il mio piccolo cervello è costretto a lavorar sempre su quella. Felice voi, Rizio, che sapete tante cose, voi che guardate più lontano e comprendete più largamente di me, trovando il punto giusto dove io mi smarrisco, dove io non vedo che contraddizioni e paure.

Maurizio non meritava la lode di Gisella, e il punto giusto non lo trovava da un pezzo neppur lui. La contraddizione, brutta chimera, lo afferrava alla gola, ed egli si divincolava inutilmente nella stretta. Se credi al decalogo, perchè rubi? Se hai tanto squisito il senso della legge morale da volerne insegnare altrui la eterna sanzione, perchè inganni il tuo simile? perchè siedi col tradimento nel cuore alla mensa di chi fida così ciecamente nella tua probità? Ma a questi dilemmi, non bene formati ancora, egli chiudeva gli occhi della mente, quasi cercando nella sua cecità volontaria una ragione per non averli a combattere. Amava, e non voleva affrontare una pugna con la logica inflessibile, una pugna che sarebbe riuscita a danno dell’amor suo. Quella logica gli avrebbe comandato di rinunziare a Gisella; e questo era per lui l’impossibile. Un miracolo, ci sarebbe voluto, un miracolo, per levarlo di pena. Ma quale? Egli non osava neanche dirlo a sè stesso; e vili pensieri lampeggiavano sinistramente nell’ombra densa dell’anima sua.

Felice il generale, che negli ozi del suo castello aveva da combattere solamente la noia. Ognuno, si sa, crede la propria malattia più grave di quella degli altri, ed egli sinceramente si esagerava i mali di una noia, in onta alla quale passavano i giorni abbastanza rapidi, tra partite a biliardo o a picchetto, accessi di malumore e grasse risate. La volgarità del discorso faceva anche capolino fra la domestichezza dello consuetudini. Il signor di Vaussana, di tanto in tanto, per una ragione o per l’altra, interrompeva le visite. Quello dei viaggi brevi e frequenti era un artifizio, ben noto alla contessa, che non aveva neanche da soffrirne troppo; perchè Maurizio, il più delle volte, dopo avere annunziato una gita a Nizza, a Torino, a Genova o altrove, non si muoveva dal Castèu, dove ella trovava poi modo di scovarlo. Quei piccoli furti erano un segreto di più e certamente il meno grave tra tutti quelli che avessero da custodire. Frattanto, colle frequenti sparizioni dalla Balma, il signor Maurizio si confidava di addormentar meglio il castellano, sviarne l’attenzione, dissiparne i sospetti, se mai ne fossero nati. Su quei viaggi frequenti tornava spesso il generale, e con molta libertà di discorso, anche in presenza della moglie.

—Gran fioritura di camelie dev’essere a Montecarlo; non è vero, Vaussana? E c’è poi sempre quell’abbondanza di belles-de-nuit?

—Non sono stato a Montecarlo;—rispondeva Maurizio, schermendosi come poteva.—Vi ho pur detto, generale, che ho fatto una punta fino a Genova.