—Si va all’arma bianca!—conchiuse Maurizio, facendo bocca da ridere.
Ma in verità aveva voglia di tutt’altro; era lì lì per uscire de’ gangheri. Anche quel viaggio a Nizza ci voleva! Gisella ne aveva già accennato a Maurizio, come di uno svago da procurare a quell’eterno annoiato del signor generale; quanto a sè, non ci aveva nessun gusto, prevedendo la seccatura delle visite molte e della poca o nessuna libertà che avrebbe avuto di stare a discorrere col suo povero Rizio. Ma ci voleva pazienza, e bisognava fare di necessità virtù. Sì, tutto bene, salvo quell’idea pazza di cercar moglie a lui, che non voleva saperne.
Per fortuna, nel soggiorno di tre settimane a Nizza, non furono che falsi allarmi. Gli avevano domandato se la preferisse inglese, o americana, o russa, ed egli aveva risposto di non aver predilezioni in materia. Intanto, con quell’arte che le donne sanno tutte, ma che le donne innamorate conoscono a perfezione, la contessa Gisella causava ogni occasione di far conoscenze del suo sesso, oltre le poche necessariamente portate dalle relazioni mascoline del marito. Si vedevano mogli di generali, di colonnelli e di capisquadrone, tra le quali non c’era pericolo che avesse da scegliere il suo Maurizio, o per lui il signor generale. E questi, d’altra parte, sempre attorniato da vecchi troupiers, tutto ingolfato nelle sue conversazioni d’arte militare, di caserma o di piazza d’armi, non pensava più affatto ad ammogliare il signor di Vaussana. Nè poteva sperare che se ne incaricasse sua moglie, sempre circondata dal gaio sciame dei giovani capitani, degli aiutanti di campo e degli uffiziali d’ordinanza. La galanteria militare si esercitava intorno alla bellissima generala in visita, con quella amabile festività, con quella misura cavalleresca, che è propria dei francesi, e che è maravigliosamente aiutata da una lingua facile e snella, di forme ben definite, di frasi bell’e fatte, tra cui la stessa consuetudine ha tolta ogni importanza e lasciata tutta la sua grazia all’iperbole. Maurizio, nondimeno, si seccava un pochino che tutti fossero bien heureux come santi in paradiso, o enchantés come cavalieri nel castello di una fata, quando erano ammessi alla presenza di quella grande charmeuse, di quella femme divine, della contessa Gisella.
Il guaio era che parlando così avevano tutti ragione. Ed egli, anche gradito da tutti, trattato con quella deferenza di cui lo faceva degno il suo grado e la sua educazione, con quella cortesia cerimoniosa che era dovuta alla sua qualità di straniero, si sentiva a disagio, era sempre sulle spine. Vedeva ogni giorno Gisella, ma troppo diviso da lei, anche essendo vicino, e soffriva. Non già del brutto male, intendiamoci; perchè Maurizio conosceva la divina creatura, ne sentiva il pensiero costantemente fido, ne vedeva lampeggiar l’occhio azzurro sparso di faville d’oro, quando faceva un giro largo per giungere a lui e dargli il suo istante di felicità. Ma quanta bellezza ammirata, respirata, assorbita da troppi! ma quanta musica di parole sparsa a consolazione di troppi! Gisella era una regina, dovunque apparisse; amabile ad un modo con ogni età, con ogni grado, passava in mezzo a quella gloria di filetti d’oro e di rosso garance, come una bella dea serena e sorridente, maestosa e leggera, appagando tutti senza fermarsi a nessuno. Così debbono esser lieti i fiori di un giardino, quando passa aleggiando sulle aiuole una splendida farfalla, sempre in alto e sempre in moto, avendo l’aria di posarsi su tutti i calici, dischiusi a lei, odoranti per lei.
Qualche volta, passando accanto al signor di Vaussana, la divina creatura gli gittava una di quella frasi sommesse e brevi, ma calde di passione, che avevano virtù di rianimarlo, di esaltarlo, di fargli toccare i termini della beatitudine.
—Ah, il nostro San Giorgio! Ancora pochi giorni, Rizio! Questo carnevale, che morte! Sorridi, via, grande bambino, che hai così dolce il sorriso! T’intendo, sai? è così tarda a giungere, la nostra buona quaresima!—
Capitolo XV.
Padre Anselmo da Carsoli.
La quaresima ricondusse i nostri viaggiatori a San Giorgio. Il piccolo paese alpino era tutto in fermento per una di quelle novità che sogliono commuovere perfino i grandi, tra il carnevale e la pasqua. Senza esserne stato avvertito dalle trombe della fama, San Giorgio possedeva per quel periodo di penitenze, di digiuni e di esercizi spirituali, un quaresimalista insigne, un predicatore coi fiocchi. Come mai un tant’uomo si fosse persuaso di andare a pescare anime tra quei monti, in verità non si poteva immaginare; certamente bisognava conchiudere che per una volta tanto l’arciprete don Martino avesse avuto una grazia speciale dai suoi santi protettori. Fin dalla prima predica il nuovo quaresimalista, del quale, a vederlo, non si sarebbe dato un baiocco, aveva sbalordito il suo uditorio; alla seconda lo aveva incantato. E già si parlava di lui in tutte le case, come di una gran maraviglia; se ne discorreva in farmacia, se ne ragionava al casino di lettura; in ogni luogo, perfino nelle osterie, si facevano confronti fra lui e i predicatori degli anni passati; chi aveva viaggiato e sentito altri famosi oratori del pergamo, non dubitava d’asserire che quello era uomo da batterli tutti.
Non vecchio nè giovane, con poca barba biondiccia venata di peli bianchi, più macilento che magro, alto della persona ma curvo, quasi piegato in due quando attraversava la grande navata della chiesa per recarsi dalla sagrestia al suo pulpito, appariva tutt’altro quando si affacciava di lassù, alta la fronte, sfavillanti gli occhi, diritto il corpo come una spada. Era cappuccino; si chiamava padre Anselmo da Carsoli. Modesta figura di asceta, vestiva umilmente una tonaca spelacchiata, su cui non mancavano le toppe, larghe, lunghe, fatte più vistose dal colore più carico del panno, con le quali il vecchio abito si andava via via rinnovando a pezzi e bocconi. Camminando in istrada, così curvo delle spalle e sempre a capo basso, non guardava mai nè di qua nè di là, non vedeva nessuno, tranne i bambini, quando gliene passavano daccanto, dandogli una curiosa sbirciata di sotto in su. Ma anche senza vedere la gente, il cappuccino ne indovinava il saluto, e lo ricambiava con un gesto di benedizione, breve breve, come d’uomo che avesse fretta. Coi bambini, per altro, si fermava sempre un poco, due o tre minuti secondi, il tempo di aggiungere alla benedizione una carezza paterna, accompagnata da una crollatina di testa; come se in quel punto e a quella vista il pover uomo volesse cacciar dalla mente un doloroso ricordo.
Il giorno dopo la sua tornata in paese, Gisella aveva voluto andare al Castèu, per salutare Albertina. Accompagnata in quell’uffizio di cortesia dal generale, aveva incontrato sulla piazza il signor di Vaussana, che usciva allora allora dalla posta, con le sue lettere e i suoi giornali tra le mani. Era una piccola fortuna, di quelle che i piccoli paesi offrono più facilmente alle persone che si amano, e Maurizio l’aveva afferrata al volo, accompagnandosi ai signori Matignon: del resto, non si doveva egli far cammino insieme? Così, muovendo dalla piazza al Castèu, avevano veduto innanzi a loro il cappuccino, che, uscito allora dalla canonica, rasentava il muro per andare verso una viottola campestre, dietro la chiesa parrocchiale. Gisella riconobbe all’abito il predicatore, di cui quella stessa mattina le avevano già fatto un gran discorrere alla Balma tutte le sue persone di servizio. Andando ella innanzi ai due cavalieri, per la ristrettezza della strada, e passando lesta accanto al cappuccino, la bella signora non aveva creduto di potersi dispensare da un piccolo cenno di saluto, che andasse in pari tempo alla veste religiosa, all’età rispettabile e all’ingegno acclamato dell’uomo. Quell’altro aveva risposto con la sua benedizione frettolosa, chinando la testa anche più dell’usato; e pochi passi più in là, trovata la svolta del sentiero campestre, aveva scantonato prontamente, senza voltarsi neanche con la coda dell’occhio a guardare.