—Vedete che sudicioni!—disse il generale a Maurizio.—Neanche un paio di calze!
—È la regola, generale.
—Sarà; ma non è la decenza.
—Ettore!—mormorò la contessa, volgendo al marito un’occhiata di rimprovero.
—Ebbene, che cosa ho detto che non sia il vero?—replicò il generale.—Se non portano calze, non vadano almeno in ciabatte!
—Umiltà;—disse ancora timidamente Maurizio.
—Ah sì, parlatemi dell’umiltà dei frati!—gridò il conte Ettore.—Une bonne blague, celle-là!
Il cappuccino venne ancora in ballo, quando furono al Castèu, nel salotto della contessa Albertina. La signorina di Vaussana aveva già sentito due prediche, e n’era rimasta profondamente commossa. Era una donna intelligente, leggeva molto, pensava molto; il suo giudizio era dunque di gran peso. Il generale, del resto, essendo uomo di mondo, si arrese facilmente, e si tenne in corpo le celie che il tema gli chiamava alle labbra. Non fiatò neppure quando sua moglie dichiarò di voler seguire quel corso di prediche, contentandosi di promettere a sè stesso ch’egli non l’avrebbe imitata, e per quel primo giorno, in cui il capriccio religioso della sua metà lo coglieva fuori di casa, non sarebbe neanche rimasto sulla piazza della chiesa per aspettar le signore all’uscita.
Le signore, frattanto, seguitavano ad occuparsi del frate. Gisella raccontava di averlo veduto passare, mentre ella saliva verso il Castèu; ed Albertina soggiungeva qualche notizia intorno alle passeggiate di lui. Tutte le mattine, un’ora prima di salire al pulpito, se ne andava soletto per quel sentiero campestre dietro il coro della chiesa parrocchiale; s’inerpicava per la balza vicina, con la sveltezza di un giovinetto, e giunto lassù, dove il dorso granitico della montagna faceva un rialzo in forma di rozza colonna, si riposava una buona mezz’ora, contemplando, meditando, forse preparandosi nella preghiera alla predica della giornata.
—Vedetelo appunto lassù;—diceva Albertina, conducendo Gisella nel vano della finestra e indicando la montagna di contro.—Quel masso che sorge assottigliandosi come una cuspide di tempio gotico, si chiama la Pietra Aguzza. È là sotto, il padre Anselmo, seduto in contemplazione. Ecco, si muove; si è alzato; si dispone a scendere. Sarà ora anche per noi di andarcene in chiesa.—