Gisella sentì quel giorno il predicatore, e s’invogliò più che mai di ascoltarlo ancora. Erano veramente prediche maravigliose, quelle del padre Anselmo da Carsoli. Niente di politica spicciola, di quella che si vorrebbe gabellare per politica grande: niente pei diritti temporali del Papa, e niente contro la miscredenza del secolo: a farla breve, nessuno dei luoghi comuni, esercizi retorici e pistolotti della poco sacra eloquenza dei sacri oratori del giorno. Ragionava di Dio con una forma insolita, non strana, semplice, chiara, elevata, degna di lui, in quella misura che può esser degno di lui il povero linguaggio della creatura umana. Toccava spesso e volentieri della virtù che onora l’uomo accostandolo al cielo, ed aveva impeti di passione, accenti nuovi e profondi che penetravano al cuore. Parlava caldo, serrato, incalzante, a fiotti su fiotti, come il mare, quando cresce a tempesta; qualche volta avendone perfino impaccio alla lingua, che durava fatica a sprigionare la frase. Ma la frase, quando finalmente usciva formata, acquistava da quell’impedimento momentaneo una singolare efficacia, come acqua corrente che costretta in angusto passo gorgoglia, spumeggia, rimbalza, uscendo più limpida, più rumorosa, più viva. Si soffriva un istante con lui, sentendolo oppresso dalla irruenza del pensiero e della parola; ma quel soffrire volgeva tosto ad un senso di piacevole stupore, vedendogli prendere la rincorsa a quel modo. E pareva allora che per tenergli dietro dovesse mancare il tempo a pensare: ma si pensava pur sempre, anche senza averne coscienza, perchè tutte le sue parole, così rinvigorite dallo sforzo, restavano impresse, e tutti gli argomenti in quelle parole serrati andavano a fondo.

Oramai non si parlava più che di lui, a San Giorgio. Da quarant’anni, dicevano i vecchi, non si era sentito lassù un oratore di quella forza. Ed ancora, non potevano i vecchi ingannarsi, esagerando naturalmente i ricordi della loro gioventù? Evidentemente, un oratore di quella forza non doveva esserci stato mai, nè quaranta, nè cent’anni prima d’allora; altrimenti se ne sarebbe conservata un po’ meglio la fama, ne avrebbero parlato le istorie. E l’eco dell’entusiasmo di San Giorgio si ripercuoteva ogni giorno alla Balma, con gran noia del signor generale.

—E così,—diceva egli alla contessa, vedendola ritornare sul mezzogiorno a casa,—lo avete sentito, il grand’uomo?

—Ma sì,—rispondeva ella,—ed è veramente grande; lo riconoscono tutti, a San Giorgio, anche i liberi pensatori.

—Ah!—sclamò il generale, inarcando le ciglia.—Ci sono dunque dei liberi pensatori, a San Giorgio? E che pensano?

—Quel che vi ho detto, per lo meno;—disse Gisella.—Fin là ci saranno potuti arrivare.

—Mi fate venir voglia di sentirlo;—conchiuse egli, ghignando.

E saputo che alle prediche di padre Anselmo assisteva anche il medico condotto, che passava per una testa forte, per una specie di Cabanis ridotto alle proporzioni mandamentali, andò la mattina seguente anche lui a vedere l’ottava maraviglia. Non si avventurò nella grande navata, per altro; si fermò poco lontano da un uscio laterale, nascosto dietro un pilastro.

Padre Anselmo, quel giorno, aveva predicato sulla scienza, sulla vera scienza che eleva lo spirito fortificandolo, che conduce a Dio, come la fede, come la speranza, come la carità. Quella era forse la trattazione più moderna ch’egli avesse fatta fin allora a San Giorgio. Ordinariamente il frate parlava di virtù, di pietà, dei doveri del cristiano, della dolcezza che si prova nel seguire la legge. Quel giorno, elevato il tono, parve anche più forte del solito. Ma non così la pensava il suo novo ascoltatore, che torse le labbra, annoiato.—Se questo è il pezzo più forte,—pensava, egli nel ritornarsene alla Balma,—gran debolezza vuol essere il restante.—

La sera, in conversazione, si parlò del predicatore; e il signor di Vaussana domandò al generale che opinione se ne fosse formata.