—E così, proprio così;—riprese Gisella.—E non mi hai detto tu un giorno che un brutto professore, quando parla bene, animandosi un poco, diventa bello per il suo uditorio?—
Maurizio incominciava a pensare di aver detto troppe cose. E scritte, poi! sopra tutto le scritte gli pesavano sull’anima.
—Un po’ di misura, bella mia, un po’ di misura!—le bisbigliò con accento di esortazione paterna, vedendola più che mai infervorata nella sua passione religiosa.
—Misura! misura!—replicava Gisella.—Si è tanto felici di credere! E si avrà dunque da credere per metà? Come potete voi raccomandare una cosa simile?—
Cinque o sei giorni dopo, il quaresimalista aveva fatto una predica sulle mogli; con una grazia, povero frate, con una delicatezza, che non si sarebbe potuta aspettare da lui. L’abito suo, veramente, lo doveva far credere più pratico d’altro santuario che non fosse quello, abbastanza turbato, della famiglia moderna. Enunciato il suo tema, aveva fatto un’esposizione sommaria del dovere, secondo la condizione sociale. Il dovere, questa obbedienza alla legge, si mostrava, così agevole nella semplicità della sua dipintura, che non s’intendeva più come mai si potesse venirci meno. Di quella obbligazione morale il predicatore aveva indicato l’adempimento nell’esercizio di tutte le virtù: e le virtù, così dure a praticarsi, apparivano belle e facili, perchè governate e promosse da un senso di rispetto a noi medesimi, che è rispetto alla creatura di Dio, a questo vas electionis della sua grazia. Vaso d’elezione non era stato solamente l’Apostolo. Quello era l’esempio, nella famiglia cristiana; ognuno poteva seguirlo, ognuno accostarvisi. Bella cosa esser puri davanti alla legge umana, non sospettabili nella presenza del mondo; bellissima esser puri davanti a noi medesimi, essendo la coscienza il buon giudice umano che precorre ed annunzia il gran giudice eterno. In quella guisa che al finire del giorno l’uomo è tanto più contento di sè quanto più sente di aver lavorato, così nella grande giornata dell’esistenza niente vale la contentezza interiore dell’avere operato il bene; e niente, dov’essa manchi, può tenerne le veci. Rispettarsi, sentirsi degno di questo rispetto, è benefizio singolare per tutti, singolarissimo per la donna, a cui spesso non basta il pentirsi, quando abbia fallito, perchè essa nella pubblica estimazione cade sempre più in basso dell’uomo. Triste cosa è questa, che i nostri costumi hanno portata, di non poter riacquistare la grazia degli uomini, avendo pur riacquistata la grazia di Dio; ma c’è compenso ancora, nella iniquità del giudizio, e un privilegio maraviglioso corrisponde al danno. L’uomo virtuoso, l’uomo che osserva la legge, si riconosce onesto; della donna virtuosa, insospettata e insospettabile, si dice comunemente: è una santa.
Qui con ardito trapasso veniva a dipingere le ansietà, i terrori, i rimorsi che accompagnano la colpa. Quante corde vibravano a quelli strappi di una mano maestra! No, la colpa, no, mai; è brutta, la colpa, è malsana; porta con sè, per primo guaio, il dover arrossire davanti al mondo, e peggio, davanti a sè medesimi. Per la donna colpevole, prostrata nella polvere di contro ai suoi lapidatori, Iddio ha detto: «chiunque di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Quella pietra, gli uomini non possono scagliarla più; gli uomini non debbono punir quella donna, degni di punizione essi medesimi; gli uomini non debbono disprezzarla, di tante colpe macchiati, mentre uno spirito puro la compiange. Ma ella è pur sempre a terra, ed egli solo può rialzarla. Finchè egli non abbia detto: «va, non peccar più», non isperi di sollevare la fronte. Da lui rialzata, redenta da lui, si consoli: ma pensi che la turba, se non lapida più, giudica ancora; la turba è sempre là, astiosa ed arcigna, nel fondo della scena, e i farisei ne governano l’animo, i farisei, stirpe non morta ancora, che solo ha mutato di nome. E chieda a Dio di soffrire, di soffrir sempre, per espiare il suo fallo; ringrazî il cielo di una sofferenza, che quanto è più grande e più lunga, tanto più vale a deterger le colpe. Nè chieda di soffrir meno la donna che visse casta e virtuosa; pensi che la coscienza della propria impeccabilità può facilmente tramutarsi in orgoglio. Noi spesso non cerchiamo di vedere; ma Dio vede e sa quanto sia di peccato in noi, che per soverchio di sicurezza non facciamo buona guardia alle anime nostre. Certo, è soffrire orrendo, per una donna, e può parerle intollerabile, l’obbedienza di tutti i giorni, di tutte le ore; ma è prova solenne, argomento di purificazione continua, quel suo viver legata ad un uomo il più delle volte ruvido, vano, capriccioso, volgare, che non intende e non sa quanto ella valga, ma che qualche volta può essere mutato, migliorato, trasformato da lei. Che vittoria, allora, e come fa lieto il sofferto martirio! E poi, che è ciò che aspettiamo noi dal dovere compiuto? Se la vita è battaglia, sian terse le spade; nè vi paia fatica di farle brillare. Più splende quella che è più fine di tempra, e della fatica durata è gran conforto la gloria. Esser pure è già un premio; farvi belle dell’anima a Dio, è conveniente lusinga. Anche un poeta pagano lo ha detto: «piacciono i casti pensieri lassù; con casto animo vieni, con pure mani attingi alla fonte». Sentite la bellezza della virtù, che consola; e non orgoglio vi dia, ma nobile alterezza; e vi veneri il mondo, non potendovi mordere; e l’ossequio suo non sia minore di quello dei vostri figliuoli, a cui giovano le esortazioni, ma più ancora gli esempi.
Come aveva sofferto Maurizio, quel giorno! Gli pareva che ad ogni istante il frate dovesse uscire dalla tesi generale, figurare dei casi, proferire dei nomi; che ad ogni istante dovesse dare in qualche sfuriata, da offendere, da turbare, da commuovere troppo visibilmente qualche povera ascoltatrice. Ma no, niente; quel diavolo d’un sant’uomo non era mai stato tanto riguardoso come allora; non aveva neanche usata la volgarità di chiamar le cose coi loro brutti nomi, che è vizio dei quaresimalisti, anche valenti. La sua orazione era tutta misura e grazia, grazia e misura, e senza aver fatta la menoma concessione al gusto mondano. Anche l’argomento del rispetto di sè, che poteva essere derivato da un concetto pagano della virtù, come diventava cristiano nella necessità di fare della creatura un tempio, un altare, un vaso degno di Dio, e di educare non pure onestamente ma ancora candidamente la prole! «Non offendete colla impurità della lingua l’orecchio innocente del bambino; bella massima;—diceva il frate,—ma quasi inutile esortazione in una famiglia civile. Qual è infatti quella madre così sciocca o malvagia, che non abbia in mente e non osservi il precetto? Ma è necessario altresì che del fanciullo non si offenda la vista con la scena di un viver domestico poco lodevole, brutta scena che spesso è commedia corruttrice, e qualche volta si muta in orribil tragedia. E poi, che giova nascondere molto e con ogni cura al fanciullo, se egli, passando sua madre per via, vede a lei rivolto insieme col saluto il sogghigno, e dietro a lei ode gittata la parola di spregio? Ah, meglio allora, mille volte meglio non aver bambini! Ma pensate allora, pensate essere ancora una grazia la sterilità, per la misera donna che ha dimenticata la legge divina, la legge umana e sè stessa».
Neanche qui il frate foggiava casi particolari; non usciva neppur qui dalla tesi generale. Ma era pericolosa, la tesi; e Maurizio fremeva, pensando esser là tra gli ascoltanti qualche misera donna, la quale, ritornando a casa, non avrebbe trovato bambini ad attendere la sua carezza materna. Fremeva, mentre tutti gli ascoltanti pendevano dalle labbra del monaco, e gli pareva che ogni sguardo momentaneamente sviato di quella moltitudine attenta, girando per caso dalla parte sua, fosse diretto a lui, proprio a lui, come una interrogazione, come un rimprovero. Intollerabile supplizio! E non osò, per tutto il tempo che durò quella predica, volger neanche la faccia da un certo lato della chiesa. Poi, a mala pena ebbe fine il supplizio, scappò fuori senza guardarsi dattorno, tagliò la piazza per la linea più breve, andando verso il Castèu, senza aspettare la solita occasione di salutare Gisella, che usciva sempre in compagnia di Albertina.
Quella sera, non bene rinfrancato, ma desideroso di non far novità, si avviò alla Balma. Trovò il generale solo nel vestibolo, occupato a dare una scorsa ai giornali.
—Ma sapete,—gli gridò questi ex abrupto, levandosi gli occhiali e deponendo sulla tavola il foglio che aveva tra mani,—ma sapete che il vostro predicatore è un fiero campione!