—C’eravate?—disse Maurizio, rabbrividendo.
—No; per sentirlo m’è bastata una volta. Ma quasi quasi mi riconcilio con lui. Ha parlato del dovere in un modo che mi va. Queste vi parranno contradizioni;—soggiunse il generale, ridendo.—Ma anche senza andarsi ad affumicare là dentro, si può sapere che cosa c’è stato detto. Gisella mi ha recitata tutta la predica. A sentirla, si sarebbe creduto che la sapesse a memoria.—
Com’era andata? Al signor di Vaussana parve quella una follìa, una grande follìa. Ed era certamente tale, e la contessa, commettendola, aveva obbedito ad uno di quegli impulsi ciechi, contro i quali non è forza di volontà, nè lume di ragione che tenga. Scossa, turbata al pari di lui, se non forse di più, Gisella aveva ritrovato a mala pena quel tanto di forza che l’aiutasse a ritornare a casa, con aspetto di persona tranquilla. Per altro, a mezzo il viale dei tigli, aveva dovuto sedersi, non potendone più. Come le era venuto fatto di trascinarsi fin là? Il suo cuore batteva, batteva con una violenza da far temere che volesse ad ogni tratto spezzarsi; tanto che gliene veniva un senso di dolciume smaccato e nauseabondo alla gola. In uno sforzo supremo era riuscita a padroneggiarsi. Aveva pensato che fosse quella una crisi per l’anima sua; se felice poi o disgraziata, non voleva cercare. Dio lo vuole, aveva gridato a sè stessa, come i primi crociati di Cristo; e una gran forza era succeduta a quel momento d’angoscia indicibile. Alzatasi di scatto dal sedile di pietra, aveva fatto in pochi minuti il restante della salita, trovando sulla spianata del cancello il marito che passeggiava aspettandola; e davanti a lui aveva voluto fare la brava. Egli stesso la metteva al punto, chiedendogli col suo piglio beffardo quali altre scioccherie avesse spacciate quel giorno il grand’uomo. Scioccherie? C’era ben altro; un trattato di alta morale; ne giudicasse lui, che rideva. E lì, l’uno dopo l’altro, aveva snocciolati tutti gli argomenti, provando un gusto aspro, mettendo una cura ostinata, feroce, un vero accanimento, a tormentarsi l’anima riferendo tutto il discorso, perfino con le stesse parole del frate. Il generale aveva continuato a ridere per due o tre minuti; effetto di mare lungo, che non ha avuto ancor tempo di quetarsi; poi si era fatto serio, a grado a grado prestando maggiore attenzione; e si vedeva che gli argomenti gli andavano, e non meno le frasi ond’erano rivestiti, perchè li accompagnava con cenni del capo e con ringhî in cadenza. Egli doveva egualmente ammirare la relatrice, trovando ch’ella possedeva un bel tesoro di memoria, un tesoro del quale egli non si era mai avveduto. E neppure lei sapeva come ciò le accadesse. Le parole del frate le erano certamente caduta sul cervello, come gocce di piombo liquefatto, facendovi impronta e presa ad un tempo.
Ma quello sforzo l’aveva anche esaurita. A pranzo niente le andava; si era contentata di assaggiare; e finito il pranzo aveva trovato un pretesto per ritirarsi nelle sue camere, non aspettando Maurizio alla solita ora delle visite serali. Cosa da nulla, diceva il generale al signor di Vaussana, poi che questi ebbe domandato della contessa, e manifestato il suo vivo rammarico di saperla indisposta.
—I soliti incomoducci, che fanno comodo così grande alle signore donne;—soggiungeva il generale;—nervi, fumi, vapori, isterismi ed altri cataclismi da ridere. Del resto, un po’ di riposo le farà bene. Quel prodigio di mnemonica, a buon conto, non sarà mica stato senza consumo di materia cerebrale. Siamo macchine, mio caro.—
Così ragionava; ed era contento di sè, il castellano della Balma. In fin de’ conti, quella poteva contarsi come una buona giornata per l’autorità del marito, se anche gli era stata procacciata da una sequela di ribellioni all’autorità del filosofo. Buona giornata, davvero, e ne prometteva delle altre. Lo sentiva egli, questo? si dava ragione della sua contentezza? Forse no, anzi, diciamo pure senza il forse, ed ammettiamo che in lui operasse una specie d’istinto. Del resto, egli poteva esser contento di aver sentito parlare come piaceva a lui. Per una volta tanto quei blagueurs di preti erano buoni a qualche cosa.
Quella sera Maurizio fece una mezza dozzina di partite a carambolo, perdendole tutte, e la testa per giunta. Ma un vincitore a carambolo, facendo le sue lunghe serie di colpi, non ha tempo nè modo di guardare dove il suo avversario abbia la testa. Così la sera passò, triste conclusione di una triste giornata. Le giornate, poi, si seguono e non si rassomigliano. La mattina seguente capitò Gisella al Castèu. Veniva in apparenza a prender l’amica, per andare con lei alla predica. Nel fatto, voleva combinare in casa il signor di Vaussana, per domandargli un libro in imprestito; un esemplare del nuovo Testamento, niente di meno. Desiderava di leggere l’evangelio di san Giovanni e le epistole di san Paolo; due autori che il quaresimalista citava spesso e volentieri. Nella libreria della Balma il nuovo Testamento non c’era, e per una buona ragione: per la stessa ragione non c’era neanche il vecchio. Ma oramai non sarebbe più stato così: Maurizio offriva l’uno e l’altro, non già come imprestito, ma come presente, come omaggio alla contessa Gisella. Regalava la traduzione del Martini, approvata da Roma: quanto a lui, possedeva la versione latina di san Geronimo, ed anche in un altro esemplare la versione italiana del Diodati, non approvata, ma ad ogni incontro, ad ogni bisogno, egualmente opportuna. L’ortodossìa di Maurizio non badava a certe piccolezze.
Gisella tremò, vedendolo comparire in salotto, e una fiamma le corse alle guance. Ma subito si ricompose, e gli espresse il suo desiderio, avendone quell’esito che fu dianzi accennato. D’altro non fu possibile parlare, essendo presente Albertina.
—Ed ora vi sentite meglio, non è vero?—si restrinse a domandarle Maurizio.
—Sì, molto meglio,—rispose Gisella.—Non è stato che un male passeggero.... qui;—soggiunse ella, indicando il cuore.