—Con quei colori?—gridò egli, inarcando le ciglia, e dissimulando nell’atto di maraviglia un vivo senso di pena.
—Con questi colori, pur troppo;—replicò sorridendo Gisella.—È stata anche la malattia di mia madre. Ma non esageriamo la cosa;—riprese tosto la bella signora;—altrimenti meriterò i rimproveri del generale, a cui queste bambinerie non piacciono. Affrettiamoci piuttosto ad andare in chiesa; dovrebbe esser quasi l’ora. Di che parlerà oggi il padre Anselmo?
—Dell’amor divino;—rispose Albertina, a cui la domanda era rivolta.—Non hai sentito, quando l’annunziava?
—No, mi ero forse distratta.... pensando a tutte l’altre belle cose che aveva finito di dire.—
La predica dell’amor divino fu un inno in prosa, e frammezzato di versi. Quel diavolo d’un frate ci aveva quel giorno tutti testi profani. Citava Girolamo Benivieni, che sull’amor divino aveva dettato armoniose e calde terzine; citava Lucrezia Tornabuoni, e le sue affettuose laude spirituali; citava messer Agnolo Poliziano, autore anch’egli (pare impossibile) di poesie religiose; citava perfino Lorenzo de’ Medici, e le sue amorose rime sulla ricerca di Dio.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,
Che questo bene e quel non mi contenta:
Ma levando dal bene e questo e quello,
Quel ben che resta il dolce Dio diventa:
Questa vera dolcezza e sola senta
Chi cerca il ben: questo non manca mai.
Quella mattina, sulla piazza della chiesa, non mancò più Maurizio, ad aspettar le signore.
—Non è vero che è stato bello?—gli chiese Gisella, nella breve conversazione di commiato.
—Sì, bello;—rispose Maurizio.
E non potè dirle altro, tanto soffriva. Ah, quel bene terreno che non contenta più l’anima! quel bene terreno da cui si può levar tante parti, e il resto si trasforma in amore di Dio!