Quella sera, andò ancora alla Balma, sapendo già di non averne alcun bene. Pure, il caso gli fu più umano del solito, facendolo restare abbastanza lungamente solo con lei.

—Non andrete più al Martinetto?—le disse, dopo alcuni istanti di silenzio, che gli erano parsi secoli.—C’è il piccolo Vittorio ammalato.

—Oh, poverino! Sicuramente ci andrò;—rispose Gisella, che a tutta prima era rimasta confusa.

Ed egli la precedette il mattino seguente lassù; o credette di precederla. Ma la contessa non si lasciò vedere al Martinetto, nè prima nè dopo la predica. Triste cosa, su cui egli non osò farle la più piccola osservazione. Pure, le giornate erano belle, ancora un po’ fresche, ma serene e luminose; e i cardellini dell’Aiga, salutando Maurizio, avevano l’aria di dirgli: i vostri nocciuoli sono stati i primi tra tutti gli alberi della montagna a riprender le foglie; come va che non ci si rivede ancora? sareste mutati voi, da quelli di prima?—

Gisella andò a vedere il figliuoletto di Biancolina, ma dopo aver pranzato, senza pericolo d’imbattersi nel signor di Vaussana. Maurizio la vide ritornare alla Balma, mezz’ora dopo ch’egli era giunto lassù. Rimase male, vedendo che Gisella aveva cercato di evitare la sua compagnia. Ma la signora non potè egualmente evitare l’occasione di un breve colloquio con lui, mentre il generale era andato più oltre lungo il viale a ragionar col fattore.

—Perchè?...—le disse.—Perchè mi sfuggite?—

Maurizio aveva l’aria d’un moribondo, parlando in quel modo.

—Perchè....—mormorò ella, non resistendo a quell’accento di angoscia suprema.—Amico mio, non mi parlate così! Se sapeste come mi levate il coraggio!... Siamo nell’errore, Maurizio; ho paura.

—Paura!—esclamò egli.—Di che?

—Siamo colpevoli.