—Colpa.... d’amore....

—È colpa, e basta. Io mi faccio orrore, e qui dentro mi domando spesso: che cosa penserà Maurizio di me, se anch’egli usa scendere nel segreto dell’anima sua, e vede l’abisso in cui siamo caduti? Ah, meglio laggiù,—gridò ella rabbrividendo—meglio laggiù in quell’altro abisso, nel vortice dell’acque, quando io non credevo di far tanto male; e tu già lo sapevi, già n’eri persuaso, perchè hai tardato un istante a rispondermi!

Capitolo XVI.
Cuori infermi.

Così finiva la quaresima, vedendo Maurizio la contessa Gisella ogni mattina alla sfuggita quando si usciva di chiesa, ogni sera più lungamente quando egli andava alla Balma; non più altrimenti, come avrebbe potuto sperare dal ritorno alla buona stagione, da lui con tanto ardore invocata. E parlava di cose vane con lei, quando c’erano altri in conversazione; e non parlava più affatto quando restavano soli. Quei due poveri cuori sembravano divenuti l’uno all’altro stranieri; tra quelle due coscienze, già così intimamente unite, si era fatto un gran vuoto. Egli oramai era in uno stato da far compassione; reggeva l’anima co’ denti; avrebbe voluto non essere: intanto, per capriccio di sorte o crudeltà di destino, doveva sorridere, sorrider sempre, piegandosi a tutte le fantasie d’un vecchio fanciullo, che mostrava di non saper stare un minuto senza la compagnia del suo migliore amico. Sospello di qua, Vaussana di là, e Maurizio da pertutto; non c’era che lui.

L’avvicinarsi della pasqua avrebbe dovuto portare qualche obbligo particolare per quel saldo credente. Ma quel saldo credente non era uno stretto osservante: andava in chiesa; e levato di lì, praticava poco, sicuramente credendo che il credere bastasse. Del resto, c’era la politica di mezzo; ed egli, non volendo inchinarsi a certe pretensioni de hoc mundo, non aveva neanche scrupoli di coscienza. «Quando avranno disarmato verso l’Italia una, mi accosterò anch’io un po’ meglio», diceva egli qualche volta a sua sorella Albertina.

Uno di quei giorni, veduto che sua sorella usciva prima dell’ora, tutta vestita di nero e col velo di pizzo ugualmente nero in testa, scambio del solito cappellino, le domandò brevemente:

—Precetto pasquale?

—Sì,—rispose Albertina,—da una settimana è incominciato il tempo utile.—

Un’idea passò per la mente di Maurizio; e per averne l’intero, mezz’ora dopo che sua sorella era uscita, andò in chiesa anche lui. Giunse a tempo per vedere il cappuccino uscire dal confessionario, donde aveva ascoltate ed assolte parecchie penitenti. Rivolti gli occhi all’altar maggiore, riconobbe sua sorella inginocchiata alla balaustrata di marmo, e accanto a lei la contessa Gisella, anch’essa tutta vestita di nero. Ah, dunque ella pure si era confessata dal frate; ella pure si accostava alla mensa eucaristica; ella pure, perdonata, monda di colpe, contenta? E fu triste senza fine; per quel giorno mutò perfino il posto alla predica; finita questa, se ne andò verso casa, senza aspettare le signore al varco del piazzale. Di questo, poi, non erano neanche da farsi le maraviglie: oramai erano più le volte che il signor Maurizio faceva così, che non quelle in cui si tratteneva a riverire Gisella, a barattare con lei le poche frasi di commiato.

—Confessa bene?—domandò egli di punto in bianco a sua sorella, quando furono a tavola.