—Ma ieri non potevate. E non va bene restar tanto a stomaco digiuno; segnatamente voi altre donne, che mangiate come gli uccellini, e avete bisogno di nutrirvi più spesso. Questo ve lo ha detto anche il medico. Ma ieri, Dio ci abbia in grazia, bisognava far la pasqua, bisognava prendere la comunione.... Credo che sia la prima, dopo quindici anni;—osservò il generale, ghignando.

—Ettore! Voi dite i miei peccati.

—Ed anche quella era stata di troppo;—continuò il generale, senza badare alla interruzione.—Venite, Maurizio, facciamo due passi all’aperto. Il medico ha dato un buon consiglio anche a me. Non faccio moto abbastanza, e ci buscherò una congestione di sangue. Sarà necessario che io ripigli l’uso di montare a cavallo. Le strade qui non sono molto adatte; ma bisognerà contentarsi. Cavalcate, voi?

—Male;—rispose Maurizio.

—Ah, sì, scusate, dimenticavo che siete un marinaio. Ci vorrebbe un cavallo marino, per voi.—

E trascinava Maurizio con sè, lontano dalla casa, volendo rifarsi della noia di quella giornata. Ma col discorso ritornava spesso a sua moglie.

—Credo che quel monaco l’abbia stregata;—diceva. Dal giorno che ha cominciato a seguire quel maledetto quaresimale, Gisella non ha più pace. Perfino di notte, vedete, ella sogna del monaco. Almeno, io penso che sia così. Prima d’ora, dormiva i suoi sonni tranquilli, come una bambina; ed ora è in agitazione continua; di tanto in tanto, svegliandomi, sento che si lagna come una persona malata. Scendo da letto, vado a vedere che cos’ha, le domando se si sente male: non risponde; è addormentata, ma d’un sonno cattivo, come quando s’è fatta una cattiva digestione. Ha l’affanno, l’oppressione, una specie d’incubo che la fa rammaricare, gemere, uscire in frasi rotte, incomprensibili. Capirete, amico mio, che tutto ciò è molto grave. Quando si parla dormendo, è segno che il cervello lavora; e lavora male, il cervello, quando non è la sua ora, quando egli ha bisogno di rifarsi della fatica del giorno.—

Maurizio fremette, pensando alle frasi rotte, alle frasi incomprensibili, che ben potevano una volta o l’altra riuscir frasi formate, ed esser comprese. Non temeva per sè; questo era l’ultimo de’ suoi pensieri. Ma non voleva perder Gisella; lo atterriva l’idea d’esser cagione d’una sventura per lei. Povera bella! ed era ammalata; un guasto era avvenuto in quell’essere così perfetto. Ma come grave? a che punto poteva giungere? come si poteva rimediarci? Anzitutto, che cosa aveva osservato il medico? che cosa aveva detto a quel marito? se aveva detto qualche cosa, che fede meritava?

Il medico di San Giorgio era un uomo di mezza età; non faceva lunghi discorsi, nello impostare la diagnosi; anzi annaspava un pochino, accennando i sintomi, i segni osservati; tanto che non pareva avere una cognizione ben chiara del male, e contentava poco i suoi ascoltatori. Ma egli non annaspava poi nella pratica; correva ai rimedii, alle ordinazioni, alle operazioni, con una prontezza mirabile, che dinotava altrettanta sicurezza di giudizio. Apparteneva alla scuola vecchia: buona cosa, il più delle volte, perchè la scuola vecchia è tutta esperienza accumulata intorno ad un metodo riconosciuto; non ha tante parole dottamente aggrovigliate, non ha tanti sistemi frettolosamente fabbricati. Ma questo ci avviene, quando cade inferma una persona a noi cara: se il medico è della scuola vecchia, temiamo sempre che non ne sappia abbastanza; e tanto più lo temiamo oggidì, che il giornalismo ci confonde più facilmente con cento notizie di scoperte, di globuli, di piastrelle, di microbii, di micrococchi, d’iniezioni ipodermiche, di trasfusioni, di sterilizzazioni, di attenuazioni, di tentativi audaci, di processi rigeneratori, di cure portentose, facendoci credere che un nuovo mondo sia stato scoperto ieri, e un altro debba essere scoperto domani. Se poi il medico è d’una scuola moderna (ci sono infatti tante scuole quanti sono gli sperimentatori nuovi, i nuovi cercatori della verità scientifica) temiamo che la sua scuola non sia la buona, che voglia veder troppo, che si fidi troppo ad un sistema non ancora provato, ad un rimedio non ancora abbastanza sperimentato, che prenda un dirizzone scambio d’un indirizzo ragionevole, e vada e conduca noi fuori di strada.

Maurizio non ebbe pace fino a tanto non gli venne fatto di abboccarsi col medico, per sentire da lui che cosa fosse il malore ond’era minacciata la contessa Gisella. Ma doveva egli entrar subito in argomento? Un po’ di confidenza ci voleva, e Maurizio pensò di non averla ancora meritata. Egli lo aveva sempre un po’ trascurato, quel brav’uomo, che esercitava l’arte sua con molta coscienza, e che era degno dell’amicizia di tutte le persone per bene. Incominciò dunque col fargli la corte, fermandolo per via, accompagnandosi con lui, chiedendogli notizie dei suoi ammalati, informandosi delle malattie dominanti e del metodo di cura tenuto da lui. Biancolina e il piccolo Vittorio furono anche buoni gradini per risalire bel bello alla contessa Matignon, a quella graziosa e cara provvidenza di tutti i poveri, di tutti i sofferenti del vicinato.