—Parlo dell’età inoltrata, s’intende;—ripigliò il medico.—Qui non siamo nel caso.

—Ma ad ogni modo, principiis obsta, non è vero? E quale è la vostra cura?

—Quella che ho incominciata: è la solita; non c’è novità, in questa materia; infusione di digitale, pillole di sparteina, gocce di strofanto, tutte sostanze vegetali, tutti rimedii cardiaci, rallentatori, riordinatori delle funzioni del cuore. E poi decotto di china; è un corroborante. Vedete, signor conte; abbiamo ancora delle armi per difenderci. Ed anche la gioventù, che è una buona corazza, per chi la possiede.—

Il medico aveva un bel dire di gioventù, di cose non certe, e ad ogni modo di pericoli ancora lontani. Maurizio aveva ricevuto il colpo in pieno, e il colpo gli era andato all’anima. Anche il pericolo lontano lo sgomentava; ed egli non poteva avvezzarsi all’idea della morte di Gisella, neanche in un lontano futuro. Bella virtù dell’amore, che sempre s’illude di vivere eterno! Intanto, fra questi terrori, che gli furono aggravati dal troppo pensare delle ore notturne, Maurizio fu colto dalla febbre; e la mattina seguente, poichè egli non ebbe forza di alzarsi dal letto, si dovette chiamare il medico per lui. Povero medico! Per la prima volta che aveva parlato un po’ a lungo, dando ragione dell’arte sua, faceva un bel guadagno davvero! Capì allora molte cose, il buon discepolo di Esculapio; ma non le disse, non le ripetè neanche a sè stesso. La vista continua di tanti mali ha educati i medici alla religione del segreto. Per quella volta non fece nessuna diagnosi. Aveva trovata una gran febbre, una eccitazione generale dell’organismo, il volto acceso, gli occhi scintillanti, e una tale palpitazione al cuore dell’infermo, da sentire lo scuotimento del viscere senza bisogno di mettergli la mano sul cuore. A questi primi sintomi di una meningite, si aggiunse tosto il delirio, il vaniloquio. Il buon dottore non istette a pensar più che tanto; mise mano all’antipirina, alla fenacetina; poi ordinò ghiaccio alla testa, ghiaccio pesto in bocca, ombra nella camera, anzi buio fitto, e riposo assoluto.

La febbre era già salita di alcune linee sopra i quaranta gradi, e non accennava a lasciarsi domare. Cominciò allora per Maurizio la triste sequela delle pazze visioni. Le immagini come le idee s’inseguivano nella sua mente con una rapidità vertiginosa, senza che alcuna potesse giungere al suo compimento, incalzate com’erano, l’una sull’altra, a guisa di flutti alla spiaggia, quando il mare è in tempesta. E il mare appariva quasi sempre minaccioso, terribile, ora strappandogli una amata creatura dalle braccia, ora inabissandolo insieme con lei, che atterrita si avvinghiava al suo collo. Quando non era il mare, era una cascata rumorosa, che si spandeva d’ogni lato, sgretolando il masso, scoscendendo il terreno, abbattendo, inghiottendo ogni cosa, scrollando ad ogni tratto un torrione su cui egli e lei erano rimasti prigionieri. Unica via di salvezza, prender lei in collo, spiccare un salto, afferrare un ciglione non ancora intaccato dalle acque irrompenti; ed egli tentava, lanciandosi a volo col dolce peso sulle braccia; ma proprio allora si smottava il terreno sotto i suoi piedi, ed egli e lei rovinavano giù, giù, sempre più giù nell’abisso, senza toccare mai fondo. E poi, di qua, di là, strani animali che s’avventavano, parole misteriose che apparivano sui muri di un ignoto edifizio, voci arcane che uscivano sibilando dallo spiraglio di una caverna, lampi sinistri nel buio, fragori sordi, rombi sotterranei, tanaglie strette alla gola, risa beffarde nell’aria, fornaci in fiamme, tutti i tormenti, tutte le paure, tutte le follie della ragione turbata.

Stanco, abbattuto, disfatto da tanti viaggi, senza potersi formare un’idea del tempo che erano durati, vide ancora Gisella, ma non più in pericolo con lui. Egli era disteso in un letto, con le membra prosciolte, mentre Gisella andava e veniva per la sua stanza, insieme con Albertina; ambedue in aspetto d’infermiere, di assistenti al suo capezzale. Ebbe allora un senso di dolcezza, di sollievo, di refrigerio allo spirito, e pregò tacitamente le potenze invisibili a cui era stato così lungamente in balìa, che non mutassero più la visione. Fu quello il suo ritorno alla coscienza della vita; ritorno lento, timido, incerto, ma a grado a grado più chiaro. Era ben lui che vedeva intorno a sè; ma era nel suo letto, ammalato, e vedeva il vero: non più sgomenti, non più terrori, non più larve di sogni, non più visioni di febbre.

La bella creatura spiava quel ritorno dell’infermo in sè stesso. Lo indovinò alla insistenza con cui egli guardava verso di lei, dovunque ella andasse o da una parte o dall’altra della camera. Meglio ancora lo intese, essendogli venuta vicina, al desiderio ch’egli mostrava di parlarle, allo sforzo che faceva per balbettare il suo nome. Ma ella non voleva che l’infermo si affaticasse; voleva essere un conforto, un argomento di sollievo, non una cagione di nuovo abbattimento per lui; e involgendolo tutto d’un sorriso amoroso, si recò un dito alle labbra, in atto di dirgli: Silenzio, per ora!

Maurizio era tanto spossato allora, quanto era stato da prima in orgasmo. Obbedì, come un bambino buono al comando della mamma; avrebbe obbedito ad un così dolce comando, se anche fosse stato nella pienezza delle sue forze. Così passarono due giorni, in cui gradatamente si riebbe: ma ancora non si muoveva dalla sua postura di giacente. Buona postura, per altro, se quella adorata gli veniva dappresso e chinava la faccia amorosa a guardarlo. Ah, i belli occhi d’indaco, sprazzi di faville d’oro! Ma c’erano anche delle lagrime, che inumidivano le ciglia, senza spegnerne il lampo.

—Sono stato dunque molto male?—mormorò egli il secondo giorno di quella lenta risurrezione.

—Sì, povero Rizio!—bisbigliò la cara donna, chinandosi ancora un tratto su di lui.—E sono stata io, non è vero? io la cagione del tuo male! Ma voglio che tu guarisca, m’intendi? lo voglio. Ad ogni costo, risanerai; non ti ammalerai più; non avrai più da soffrire, te lo prometto.