—E tu?—mormorò ancora l’infermo, aprendo ben gli occhi, come se volesse significarle colla intensità dello sguardo tutto quello che non poteva dirle colle parole.

—Io? nulla; ora sto bene. Ve l’ho detto, che era una cosa di poco; perchè spaventarti? Mi ero troppo esaltata; avevo anche fatto dei digiuni troppo lunghi. Ma ora non più. Ragiono un po’ meglio, sai? E sono tua;—soggiunse con un filo di voce, ma con una intensità di accento che andò al cuore di Maurizio;—tua mi capisci? E voglio esser tua, viver tua, morir tua.—

Maurizio sorrise; una vampa di felicità gli corse alle guance, gli brillò dagli occhi accesi. Le labbra si tesero, cercando, chiedendo, pregando. Ma ciò non era da savio, e la buona infermiera lo chetò con un gesto che voleva dir molte cose.

Poco stante ritornava il generale. Anch’egli capitava ogni giorno; ed erano già sei, che Maurizio era caduto infermo; ma egli non restava a lungo, avendogli il medico ordinato di fare del moto. Quel giorno, trovando il convalescente di migliore aspetto, il generale diede la stura ad una bottiglia di buon umore, première marque, che teneva in serbo per il suo amico Vaussana, quando fosse in grado di assaggiarne. E lo chiamava il suo «intéressant moribond» e gli ripeteva la facezia feroce di Robert Macaire al povero ammalato: «allez, allez à l’Hôtel-Dieu; on fera des manches de couteau avec vos os, on en fera des jeux de dominos, on en fera des boutons pour guêtres.» Ed anche quel genere tutto mascolino di celia faceva ridere Maurizio.

—Ma sapete, interessante moribondo,—continuava il generale,—che ci avete spaventati ben bene? Ve lo dico ora, che ne siamo fuori. E come lavoravate di fantasia! Ci avete fatto perfino un trattato di storia naturale, insistendo particolarmente sul capitolo dell’ornitologia. Non parlavate che di nidi tra i rami, di passere, di lucherini, di cardellini; di questi ultimi sopra tutto. Certo li avete amati molto, da ragazzo.

—La febbre!—mormorò Maurizio.

—Sì, capisco, la febbre. Ma c’è anche la sua ragione, nel ritorno di certe immagini, quando la febbre lavora;—ripigliava il generale.—Si ridiventa bambini. Il fatto è scientificamente dimostrato. Il nostro cervello è come una cipolla, per rispetto alle impressioni ricevute, una cipolla di tante tonache sovrapposte. Si guastano nella malattia le impressioni più superficiali, si cancellano le più recenti, e le più antiche rimangono, vengono per così dire alla vista. Si cita il caso di un ammalato di malattia cerebrale, che sapeva otto lingue, e ne perdette parecchie via via, nell’ordine contrario a quello in cui le aveva imparate. Basta, per voi non è stato il caso; quella brutta cosa della meningite è stata scongiurata dal nostro grande Soleri. Ma è sempre strano il fatto di quei ricordi d’infanzia ritornati a galla, ridiventati padroni del campo.—

Bisognava lasciargli credere quel che voleva, e Maurizio non si provò a contraddirlo. Il buon umore di quell’uomo era la pace sua, per allora, era la certezza di veder sempre Gisella. Andava sempre e veniva, la bellissima creatura; pensava a tutto, lei, prevedeva tutto, faceva tutto, e covava il suo malato con gli occhi, come una madre il suo bambino. Mai convalescente fu tenuto nella bambagia più e meglio del signor di Vaussana. La stupenda infermiera cedeva a tutti i suoi capriccetti; lo involgeva nelle sue occhiate fosforescenti, accostandogli il cucchiaio alle labbra; o chinandosi su lui per ravviargli il lenzuolo sotto il mento, lo inondava di fragranze soavi. Il medico, vedendo opportuno il momento, prese a rinvigorirlo con qualche pezzetto di carne, con vino generoso e qualche goccia di cognac. Ma più fece un bacio leggero leggero che una mattina sfiorò furtivamente le labbra di Rizio.

—No, non più vane paure;—bisbigliava a lui una soavissima bocca.—Credere è bello; ma bisogna credere come te. Hai ragione tu, Rizio; Iddio, che ti ha condotto sulla mia strada, che ha voluto essermi rivelato da te, non può volere che io ti abbandoni.

Capitolo XVII.
L’apparizione.