La mattinata era stupenda; l’aria calda, attraversata da piacevoli ondate di frescura; il cielo uno splendore di azzurro perlato; la montagna una festa di colori svariati, dal verde cupo e dal metallico lucente allo smeraldino, al giallo tenero, con chiazze ferrigne, rossastre, turchine, disposte qua e là nelle curve del terreno, nelle insenature delle balze, nel mutarsi dei piani in lontananza; involto il tutto, fuso, attenuato, in una tonalità violacea, che s’inteneriva negli sfondi fino alla espressione del grigio. Un buon tepore si svolgeva dal terreno, e in quel tepore si stemperavano, vaporando, tutte le fragranze della selva e dei prati. Maurizio respirava a larghi polmoni aria, tepori e fragranze, dando anch’egli, a quell’angolo di paradiso terrestre, il suo profumo di felicità. Come era bella la montagna, e come pareva contenta di sè! Ginepri e pini, frassini, corbezzoli ed eriche, sterpaglie, rovi e fiammole, tutto verdeggiava, luccicava, rideva dai ciglioni, dalle zolle, dai sassi; ogni arbusto, ogni frutice, ogni più umile pianticella del bosco, persino la cèspita dalle foglie glutinose, perfino i muschi del prato e i licheni dei grigi lastroni scabrosi, sfaldati a migliaia d’inverni, avevano qualche cosa da dire al sole, all’aria, agli insetti alianti e ronzanti, contenti anch’essi di vivere, di respirare, di splendere.
—Voi felici!—disse Maurizio, vedendo due uccellini che si rincorrevano a brevi volate tra gli alberi.—Ma sono felice ancor io, sapete? Ella verrà fra poco, per pochi momenti forse, troppo pochi al mio desiderio, ma verrà, verrà.—
E andava ripetendo sottovoce le due sillabe del verbo gaudioso, per sentirne meglio, per assaporarne tutta la dolcezza ineffabile. Gisella aveva promesso; sarebbe apparsa senza fallo. Che festa, la cara donna che si aspetta! e come è bello il momento che fugge, avvicinando sempre più l’ora della dolce apparizione! e come il luogo dove la cara donna è aspettata, si anima, sorride, si compone a bellezza, preparandosi a riceverla!
Assai prima di vedere la gran ruota del mulino, Maurizio lasciò il sentiero battuto che tutti i giorni lo conduceva alla Balma. Non andava alla Balma, per allora; s’inerpicava verso l’Aiga, e non gli bisognava risalir la costiera più in là; era anzi prudente risalirla più in qua dal mulino, evitando ogni incontro molesto, ogni sguardo importuno. E risalendo, inerpicandosi di ciglione in ciglione, sentiva la cascata rumoreggiare lontana sulla sua testa. Di tanto in tanto vedeva il ruscello nei serpeggiamenti del suo alveo, affondato tra rupi e cespugli in una piega del monte; i suoi passi frattanto si spegnevano sul morbido tappeto delle zolle erbose e dei muschi, mentre lo coprivano d’ombre discrete i rami degli ontàni e dei salici, onde erano vestite le balze. Così muovendo frettoloso per l’erta, trovando da esperto montanaro i passi più facili, le scorciatoie più pronte, afferrò l’orlo di un borro, sotto l’alta rupe donde precipitava in basso il gran volume delle acque. Lassù il burrone faceva conca per un giro abbastanza largo; in quella conca le acque si stendevano in forma di fossato, innanzi di cercarsi, tra nuovi scoscendimenti, la via; e là, dove incominciavano a trovarla, era gittato un pancone, che faceva ufficio di ponte. Il luogo alpestre era improntato di un’orrida bellezza. Davanti a Maurizio, e da tant’alto che pareva dovesse rovesciarglisi sulla testa, si dirupava la candida massa liquida, scintillante, spumeggiante, sempre in moto e sempre uguale nell’ampiezza del suo volume, venendo a frangersi in una larga incavatura del masso, donde rimbalzava divisa, sparpagliata, come una immensa capigliatura fluente di spume, in cento rivoli capricciosi e canori. Quanti scintillamenti cristallini! quante voci argentine di là! Ben vieni, parevano dire quelle voci a Maurizio, ben vieni. Frattanto, sul margine della cascata, l’arcobaleno stendeva a mezzo cerchio la fascia diafana dei suoi sette colori. Mai l’arcobaleno dell’Aiga era apparso più glorioso a Maurizio, più intenso, più luminoso, più vivo.
—Com’è bella,—pensava egli,—come è poetica la leggenda dei popoli primitivi! Hanno veduto nell’iride il pegno dell’alleanza tra Dio e le sue creature. Infatti, che cos’è l’arcobaleno? Un sorriso della luce dopo la tempesta. Qui le gocce del nembo, sciolte in vapori e sospese nell’aria, rifrangono i raggi del sole; ed è il sole, immagine di Dio, che si specchia in questo basso strato d’aria, largito per condizione di vita ai mortali.—
In un impeto di amore, Maurizio scoccò un bacio col sommo delle dita all’arcobaleno, che parve intenderlo, e gradire l’omaggio, muovendosi leggero leggero, quasi per far brillare i suoi colori d’una luce più viva.
Un’altra cura trattenne Maurizio colà, per alcuni minuti. Lungo le muscose pareti della stretta per cui scendeva la massa, delle acque, crescevano molti ciuffi di capelvenere, facendo ad ogni zampillo, ad ogni soffio di vento, tremolare sui lunghi picciuoli neri lucenti le verdi foglioline disposte a ventaglio. Quei graziosi e ben nomati ricami della natura piacevano tanto a Gisella; ed egli ne raccolse un bel pugno, per comporne un mazzetto, insieme con certi fiorellini azzurri che si vedevano spuntare qua e là. Fatto il suo bottino, ripigliò la sua strada per l’erta: pochi minuti dopo giungeva alla macchia dei nocciuoli. Era là dietro, il torrione; era là, nascosto ancora ai suoi occhi, nascosto agli occhi di tutti, il suo nido. Ah, come gli batteva il cuore, afferrando quel colmo! E come fu lieto, mettendo il piede nel suo quieto rifugio! L’aspetto del luogo non era punto mutato; più folta la frappa, se mai, avendo i nocciuoli messo altri polloni in primavera. Tronchi grossi e sottili, asticciuole e virgulti, mettevano fuori gran ciocche di larghe foglie cuoriformi, arrotondate alla base. Già sulle vette dei rami si vedevano formati, a due, a tre, a quattro in un grappolo, i lunghi involucri verdolini campanulati e polposi, nel cui seno veniva crescendo il frutto, dal guscio ancora bianchiccio. Maurizio ricordò che da bambino li addentava volentieri, quei verdi invogli coriacei, per assaporarne il sugo aspretto, non dispiacevole al palato. E non era egli un bambino anche allora? Lasciava stare gli invogli delle nocciuole; ma componeva mazzetti di capelvenere e di talco celeste; intanto gli batteva il cuore nel petto. La cara donna sarebbe venuta lassù. Non più terrori, oramai; sarebbe venuta.
Terrori! e di che? Ma infine, Dio santo, perchè avete voi acceso questo fuoco nel cuore della vostra creatura? Non è un sacrifizio a voi, l’amore? non è un inno di lode per voi? Perchè dovremmo insospettircene? perchè dovremmo impaurirne? La legge, si dice. Ma l’uomo, l’uomo soltanto, ha fatta la legge, tela caduca, mutevole e vana; Dio ha fatto l’amore, la fiamma viva, durevole, eterna. Andate contro la legge; è niente, o poco meno di niente: andate contro l’amore; è lo schianto del cuore, il tormento dell’anima, la morte.
Ella e lui erano stati per morirne. Ma ora non più. Ed ella non doveva morire. Il medico aveva voluto veder troppe cose, in un momentaneo malore; si era troppo turbato di alcuni indizi fugaci, non sintomi, simulazioni di sintomi. Se si dovesse badare a tutte le passeggere irregolarità dell’organismo, ci sarebbe in verità da temere di averle tutte, le malattie dei trattati. Anch’egli, quante volte non si era sentito male nel corso della sua vita! quante volte, senza saper come nè perchè, non si era sentito andar via il cervello e la terra mancar sotto i piedi! Il medico di bordo gli aveva detto ridendo: inezie, scioccherie, scherzi del sangue; assottigliate questa volta, corroborate quest’altra; due giorni di dieta; nutritevi di più, ed altre cose simili. Quello era un dottore che la sapeva lunga. Ma quell’altro, il medico di San Giorgio! Un brav’uomo, e non c’era niente a ridire. Ma quel brav’uomo si era ingannato. Come non esserne persuasi, oramai? Gisella non era stata mai così bella, così fiorente di salute, come dopo quel piccolo male, che aveva messo tutti in ansietà, e non era poi che l’effetto di un malaugurato cambiamento negli usi quotidiani della vita.
E bellissima, e fiorentissima, la cara donna aveva bisbigliato la sera innanzi a Maurizio: