—Domani andrò da Biancolina. È un pezzo che non vedo quella povera gente.... e quella bella montagna.
—Ci sarò io?—aveva chiesto egli tremando.
—Con che aria me lo domandate! Rizio farà bene ad essere da per tutto, come è nel mio cuore;—aveva ella risposto.—Tanto più, se vuol rinunciare a quella cera di funerale, che sembra accusarmi continuamente di crudeltà.—
Rizio si era sentito un gran rimescolo al cuore; il sangue gli era corso veloce alle tempie; gli occhi volevano schizzargli fuori dalle orbite. Se in quel punto lo avesse veduto il medico di San Giorgio, sicuramente ordinava un’altra applicazione di ghiaccio. Strano dottore, che non vedeva altro se non meningiti e vizi cardiaci!
Finalmente, ella doveva giunger lassù. Non più tormenti per lui, salvo quello di attenderla due o tre ore sulla montagna. Tanto tempo? Ma sì: con la solita prudenza egli aveva anticipata di tre ore la salita: facendo il giro largo e fermandosi al bosco, aveva consumato un’ora; lassù, poi, nel rifugio dell’Aiga era fuori d’ogni pericolo d’essere frastornato, perfino di esser veduto. Da quella banda i Feraudi non si mostravano mai; egli piuttosto avrebbe dovuto mostrarsi al Martinetto, poichè laggiù, con aria di non aspettarla, doveva incontrare Gisella. Ma a quell’incontro fortuito non voleva andare troppo prima dell’ora. Che cosa avrebbe fatto laggiù? con qual pretesto avrebbe fatto una lunga fermata, egli che non soleva restarci più di quindici minuti, il tempo di salutare, di chieder notizie e di carezzare i bambini? Non si sarebbe sospettato che egli sapesse già della venuta, di Gisella, e che appunto per lei fosse andato a far sosta sull’aia dei Feraudi? Così, facendo l’ora del ritrovo, meditando la sua prossima felicità, sognando ad occhi aperti, guardava ad ogni tanto l’orologio. I minuti gli parevano secoli, e sempre al medesimo posto quelle lancette del malanno! Che cosa avevano, le due sottili asticciuole d’acciaio? Fatte per camminare, non volevano dunque più muoversi?
Le lancette ebbero pietà di lui, ma un po’ tardi, non un minuto prima del convenuto. Sono così metodici, gli orologi! Per uno che corre, quanti che ritardano! Erano le undici meno pochi minuti, quando egli uscì dal rifugio, e lento lento si avviò verso le rovine del Martinetto. Aveva lasciato sul sedile di pietra del torrione il suo mazzolino di capelveneri e di fiorellini azzurri, destinato a lei, e che perciò non doveva esser veduto anticipatamente da altri. Sceso sotto le rovine, si avviò per il solito sentiero che correva lungo la costa del monte, ed apparve alla vista del casolare dei Feraudi, avendo l’aria di venirsene a passo a passo dal Castèu. Lo videro da lontano i bambini, e Vittorio fu il primo a gridare:
—Il signor Maurizio! il signor Maurizio che viene da noi.—
Rosina accorse a sua volta, battendo le palme in segno di allegrezza; dietro a lui si affacciò Biancolina.
—Questi ragazzi vi fanno ritardare;—diss’ella, vedendo il signor di Vaussana, che lasciava la strada per prendere il sentieruolo del casolare.—Andate alla Balma?
—Sì, per portare alla contessa un’ambasciata di mia sorella Albertina;—rispose Maurizio, che sentiva il bisogno di preparare un buon pretesto.—Ma ci ho tempo;—soggiunse.—Tanto, a quest’ora non avranno finito di far colazione. E come va la salute?