—Bene, signor Maurizio; grazie a voi, non abbiamo più tempo di star male.

—Non dite questo, Biancolina. C’è qualchedun altro che vi assiste, e un po’ meglio di me.

—Volete dire quell’angelo della signora? La metteremo, se mai, a pari con voi. Son cinque giorni che non abbiamo la fortuna di vederla.

—Glielo dirò; glielo dirò, che non vi trascuri;—disse di rimando Maurizio, che non aveva l’aria di volersi rimettere in cammino per far la commissione.—E i vostri balocchi, bambini? Li avete già rotti? è il caso di rifarvi la provvista?—

Ne avevano infatti dei rotti; un cavallino, tra gli altri, a cui mancavano due gambe, e un cane che non abbaiava più, per essersi scollata la pelle del manticino. Ma ne avevano ancora dei nuovi, o quasi: un’arca di Noè, fabbricata a Norimberga, con otto o dieci animali ancora presentabili, e un alfabeto di legno, a cui, per miracolo, non mancavano che due o tre lettere. Quell’alfabeto era per allora il gran divertimento dei piccini. Vittorio conosceva già tutte le lettere; Rosina, più precoce di lui, compitava già qualche sillaba.

Seduto accanto alla tavola di cucina, Maurizio si divertì ad ordinare in varie forme parecchi tasselli di quell’alfabeto infantile. Cominciò col nome di Biancolina, e finì con quello di Gisella, tenendo desta l’attenzione dei ragazzi, e ammirando la prontezza con cui sillabava la piccola Rosina. Così nessuno si avvide della contessa Gisella, quando ella apparve sull’aia; e la bella signora, capitando improvvisamente là dentro, fu accolta da un grido di lieta maraviglia. S’intende che il più maravigliato di tutti parve il signor di Vaussana.

Vestita del suo prediletto color bianco, rallegrato dalle solite screziature di rosso, fresca, giovanile più che mai nell’aspetto, animosa nel sorriso delle labbra e nello sfavillìo delle pupille d’indaco, la contessa Gisella giustificava pienamente l’opinione di Maurizio: non era mai stata così bella come allora. Cessata la festa di tutti per la sua improvvisa apparizione, rimase lungamente a discorrere con Biancolina, a baloccarsi coi ragazzi, tenendo sulle spine Maurizio, che vedeva oramai correr tanto veloce il tempo, quanto era stato lento da prima. Egli chiedeva a sè stesso come mai avrebbe fatto la signora a spiccarsi di là, e incominciava a temere ch’ella non volesse più muoversi, se non per ritornare alla Balma.

—Sapete?—le disse, dopo aver almanaccato un bel pezzo.—Venivo a farvi un’ambasciata da parte di mia sorella Albertina.

—Non ce ne sarà più bisogno,—rispose Gisella,—perchè vado io da lei. Come vedete, ero in istrada. Ma voi, piuttosto, signor Maurizio, non avevate gran fretta di giungere alla Balma.

—Mi hanno veduto i bambini, mentre passavo di là sotto;—replicò egli, felice di avere avviate le cose.—Perciò mi son fermato un momento; come voi, signora, come voi.