—Nulla, nulla;—rispose egli, padroneggiandosi a stento.—Dei fiori, per voi.... Credevo di averli lasciati qui.... Li avrò forse portati con me, senza avvedermene, e mi saranno caduti.—
Parlava così, cercando d’ingannare sè stesso. Ma era ben sicuro del contrario, e tremava.
—Caduti? Certamente, ma non laggiù;—diss’ella, che in un volger d’occhio aveva frugato da per tutto.—Sarebbero questi, per caso?—
Così dicendo, muoveva verso il parapetto, e si chinava a raccattare in un angolo un mazzolino di capelveneri.
—Son questi, sì, son questi;—rispose Maurizio, respirando.—Ma come così lontano dal sedile, dove io li avevo collocati? Perchè mi ricordo, ora, mi ricordo bene di averli posati qui, al vostro posto.
—Ebbene?—ripigliò Gisella.—Erano qui? Rimettili dove li avevi lasciati. Vedi? ruzzolano ancora; segno che il sedile non è ben piano. Che caro spericolone, il mio Rizio! e come corre subito a pensare il peggio! Eravamo già lì col mal augurio, non è vero?—
Maurizio sorrise, e si calmò. Ma aveva avuta una bella paura.
—No, no;—rispose egli.—Cioè, diciamo pure di sì. Temevo di aver perduto quei fiori: e sarebbe stato veramente un cattivo augurio per me.—
Non voleva dire: temevo che qualcheduno fosse stato qui, mentre eravamo laggiù. Del resto, il dirlo sarebbe stato inutile, poichè i fiori erano stati ritrovati, e l’esperimento di Gisella aveva dimostrato in che modo fosse caduto il mazzolino. Egli era persuaso oramai, e voleva discacciare tutti i negri pensieri. Per discacciarli bene, bastava guardare quella stupenda creatura nel viso. Com’era bella. Dio santo! Maurizio la trasse a sè, con una gran sete di baci che gli ardeva il sangue, che lo stringeva alla gola.
Momento supremo! Stanchi di rincorrersi tra i rami, gli uccellini posavano sotto la frappa, sotto la bella frappa tinta di un verde carico, vaporante all’aria tiepida del mezzodì gli acri profumi dei succhi vigorosi. Dormiva la brezza sotto la vampa del sole; e ad ogni palpito lieve del suo buon sonno, si muovevano lenti i chiari smeraldi onde i raggi solari frastagliavano capricciosamente i vani strati diseguali del cupo fogliame. In quell’alta pace delle cose, sola continuava ad agitarsi la cascata d’Aiga, rapida, fremebonda, impetuosa nella sua curva rutilante, cantando con assiduo metro all’abisso la sua canzone d’amore. E mentre essa volava piombando con desiderio infinito nel seno dell’amato, Rizio stringeva fra le sue braccia la bella creatura adorata, guardandola negli occhi, divorandola coi baci, e poi guardandola ancora, insaziato, insaziabile. Strana bellezza di quegli occhi! Per entro all’umor cristallino dal colore dell’indaco stemperato, nuotavano pagliole d’oro, simili alle vene ed ai punti del prezioso metallo ond’è sparsa la massa turchina del lapislazzoli. Ma in questa gemma è l’oro imprigionato ed immobile: in quegli occhi divini, come in gemme viventi, indaco ed oro palpitavano balenando; ed ogni palpito era una voce del cuore, ogni baleno un pensiero dell’anima, che si sprigionava di là, involgendo, accarezzando, inebriando. Momento divino! Le anime si son ritrovate; le anime si ricongiungono in quel punto; le anime si confondono l’una nell’altra, invocando l’eternità dell’istante. Sempre, van ripetendo le labbra, sempre, sempre! E nella dolce parola, proferita con tutta la energia di cui l’accento umano è capace, non una lettera si perde, ognuna ha suono, colore e calore. La prima sillaba è una aspirazione intensa, come di preghiera in cui tutti i sentimenti si stemprino; la seconda riproduce la stretta violenta d’un bacio che scocchi premendo; le collega ambedue una profonda caduta, un abbandono confidente dell’essere. Sempre! O buon Dio, clemente e misericordioso Signore, che di tanta tenerezza, di tanta soavità, di tanta beatitudine avete fatto l’amore, perchè non fare di eternità il suo momento supremo? È ben vero che l’eternità parrebbe anch’essa un istante, e mai come allora si sentirebbe che le due cose son una.