Tutto ad un tratto la bella creatura sussultò nelle braccia di Rizio. Gli occhi si dilatarono in espressione di terrore; si scolorarono le labbra, e ne proruppe un grido d’angoscia. Tremante all’atto repentino, stringendo più forte la sua Gisella, quasi temesse in quell’istante di perderla, Maurizio girò tutto intorno gli occhi sospettosi: non vide nulla di nuovo; ed ancora si volse a lei, chiedendole collo sguardo il perchè del suo turbamento improvviso.

—Lui!—mormorò ella con accento soffocato.

—Lui!—ripetè Maurizio.—Chi? dove?—

E guardò ancora, guardò meglio, dove pareva accennare lo sguardo atterrito di Gisella. Frattanto, alzandosi a mezzo, si atteggiava istintivamente a difesa.

—Lui! lui! non vedi?—gridò ella, aggrappandosi spaventata alle braccia di Maurizio.—No, no, pietà, non mi guardate così!—soggiungeva con accento supplichevole.

Allora anche Maurizio vide. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, e un freddo acuto gli corse per tutte le vene. Là, nella frappa, dalla parte dond’essi erano venuti al rifugio, ritto sul fianco, alta la testa, in atto severo, vestito d’una gran tonaca di color marrone, si vedeva un monaco; lui, lui, il padre Anselmo da Carsoli. Immobile della persona, irrigidito nel suo atteggiamento spettrale, non accennava di voler fare un passo più avanti; ma, a guardarlo bene, si vedeva tentennare lentamente il capo, con aria di muto rimprovero. Ad un tratto levò il braccio e tese la mano, minacciando col gesto, come già minacciava collo sguardo.

Maurizio era rimasto un istante perplesso, fissando con occhi sbarrati la strana apparizione. Ma tosto, irritato da quel gesto minaccioso, non potendo più sopportare la tetra luce di quello sguardo severo, fece l’atto di avventarsegli contro. Gisella lo trattenne, Gisella che si avvinghiava disperata al collo di lui.

—No, no,—ripeteva ella, come pazza di terrore.—Abbiate compassione! Dannata no.... dannata no. Voi me lo avevate detto; è vero, sì, è vero; sareste venuto a rinfacciarmi il mio delitto, venuto ad ogni modo, in ogni tempo, dovunque vi foste trovato, a punirmene. Lo so, padre, lo so. Ma egli moriva, moriva per cagion mia. Perdono! Iddio non poteva volerlo; perdono!—

Il colpo era stato troppo grave, l’esaltazione troppo grande; la povera creatura, disfatta dallo sforzo violento, ricadde inerte nelle braccia di Maurizio. Fremente di sdegno, egli l’adagiò sul sedile, e libero appena del caro peso si scagliò contro il monaco. Più nulla; il monaco era scomparso. Ma come? neanche una foglia si muoveva laggiù, dov’egli lo aveva pur dianzi veduto; nè alcuno strepito di rami smossi si udiva nella macchia, nè alcun rumore di passi tra gli sterpi. Un fantasma, dunque? E la povera Gisella nel suo terrore, ed egli sotto la pressione delle braccia di lei, erano stati in balìa d’una medesima allucinazione?

Gisella era svenuta. Sbigottito, egli corse all’acqua, risicando ad ogni passo di scivolar nell’abisso. Là, nel fascio spumeggiante, intrise il fazzoletto a guisa di spugna, per venire sollecitamente a spruzzarne il volto e il collo della creatura adorata. Con mano mal destra, ma pronta, strappando convulsamente dove non poteva slacciare, le aperse la veste al sommo del petto, per farla respirare più libera. Non ebbe pace, non ebbe posa, fino a tanto non la vide riaprire i begli occhi languidi alla luce del giorno.