Allora, prendendo animo dalla necessità del momento, se la recò tra le braccia e si avviò verso la macchia dei nocciuoli; proteggendole il volto come poteva, andando a ritroso, cacciandosi avanti colle spalle e coi gomiti, si faceva strada a forza tra i rami. Che orrore! che orrore, se non avesse potuto trarre in salvo la dolce creatura! Ma finalmente.... finalmente, uscivano da quell’intrico di piante. Ancora un centinaio di passi, e le rovine del Martinetto erano in vista.
Capitolo XVIII.
Povera bella!
Biancolina Feraudi ebbe quel giorno un segreto da custodire, anche per suo marito, quando il brav’uomo fu richiamato a gran voce dal pascolo e mandato in fretta e furia alla Balma, per avvertire il conte Matignon del triste caso toccato alla sua signora, mentre ella si trovava di passaggio al casolare del Martinetto.
Il generale ricevette l’annunzio doloroso mentre ritornava da una delle igieniche cavalcate che da pochi giorni aveva preso a fare per ordinazione del medico. Spaventato accorse, ansando e sbuffando, ma facendo i passi lunghi e frettolosi, come un giovanotto, non avvedendosi neanche della cattiva strada che doveva fare per recarsi lassù. Quando giunse, trovò Gisella ancora mezzo vestita, distesa sul letto di Biancolina, e il medico di San Giorgio al suo capezzale. La povera bella era inerte, con le braccia abbandonate sul lenzuolo, gli occhi semichiusi, cerea nel volto, come una morta.
—Che cosa è stato?—gridò il generale, cacciandosi avanti a guardare, poi rivolgendosi con gli occhi stralunati verso il dottore.—Parlate, in nome di Dio!
—Signor generale, che dirvi?—mormorò il dottore.—È ancora il suo male. Non era eliminata.... non poteva eliminarsi la causa.... e gli effetti si ripetono. Fortuna ancora che il signor di Vaussana è venuto ad avvertirmi subito.
—Sì,—soggiunse Biancolina,—e fortuna maggiore che i miei piccini l’abbiano veduto passar qui sotto, mentre dal Castèu si recava alla Balma. È stata una vera provvidenza che egli si ritrovasse sulla strada.—
Quella brava donna non era stata avvertita nè pregata di nulla; aveva indovinato tutto, o quasi tutto, e trovava nel suo cuore riconoscente il segreto delle pietose bugìe. Ma non era tempo per nessuno di fare indagini troppo minute: l’essenziale era di provvedere, di correre ai rimedii, di salvare, se fosse possibile, la povera inferma. Che cosa pensava il medico? che cosa consigliava? Il medico Soleri per allora non pensava, non consigliava nulla; bensì aveva molto da fare. Ripigliava in quel punto l’ufficio che dall’arrivo del generale gli era stato interrotto: con forti, assidue strofinate cercava di riattivare le funzioni cutanee. Biancolina, dal canto suo, con un gran ventaglio (il suo ventaglio di sposa, serbato fin allora gelosamente nel suo forziere nuziale) rinfrescava l’aria al viso ed al petto dell’inferma.
—Non c’è altro?—chiese il generale, dopo alcuni minuti.—Non c’è altro da fare?
—Sì, sì, non dubitate;—rispose il dottore.—Si fa ora quel che si può, in attesa dei rimedii.—