Aveva appena finito di parlare, che si sentì rumore di persone accorrenti. Giungeva allora il signor Maurizio, affannato, grondante di sudore, con una sporta tra mani.

—Ecco;—diss’egli, senza pure avvedersi della presenza del generale;—vedete se c’è tutto quello che avete ordinato.

—Siate benedetto!—rispose il dottore, mettendo mano alla sporta, e traendone fuori l’uno dopo l’altro parecchi involtini, boccette ed arnesi di varie forme.—Anche del cognac! egregiamente;—soggiunse, prendendo una bottiglia di vecchio Martel, e versandone alcune gocce in un piccolo cucchiaio, che accostò subito alle labbra dell’inferma.

Il generale si buttò nelle braccia di Maurizio, mescolando lagrime e ringraziamenti. Maurizio, a tutta prima confuso, accolse in silenzio quella dimostrazione affettuosa, che sentiva di meritar così poco. Ben presto la loro attenzione fu rivolta alla povera giacente. Le gocce dello spiritoso liquore l’avevano rianimata un tratto. Ma il respiro era quasi impercettibile, e si sentivano appena i battiti del cuore. Raccomandato a Biancolina di strofinar lei le braccia e il seno dell’inferma, il dottore aveva messo mano ad altri apparecchi, per farle alcune iniezioni ipodermiche di etere e di liquore anisato di ammonio. Era di una operosità portentosa, il bravo dottore. Trovò anche modo di applicare qualche vescicatorio volante, determinato con ammoniaca liquida concentrata. Oramai, la sporta di Maurizio gli permetteva quell’abbondanza di tentativi. E ci volevano tutti, proprio tutti, per far riavere la povera donna. Respirando sempre a stento, aperse gli occhi e li girò lentamente intorno; riconobbe il generale, allora, e con un fil di voce proferì il nome di lui.

—Ettore!...

—Oh, Gisella, figlia mia!—gridò egli, precipitandosi alla sponda del letto e dando in uno scoppio di pianto.

—Via, via! gli uomini non ridiventino bambini!—disse il dottor Soleri, intromettendosi coll’autorità del suo ministero.—Generale, lasciate fare; non turbiamo con queste commozioni il poco che si è potuto ottenere finora.

—Avete ragione;—disse il vecchio, ritraendosi;—obbedisco. Ma voi salvatela, dottore, salvatela!—

E andò singhiozzando a sedersi in un angolo, accanto a Maurizio, che si era buttato là sopra una scranna, con gli occhi a terra, senza parole, senza lagrime. Poco stante giungeva la contessa Albertina che avevano fatto chiamare i Feraudi. La mite e buona signora del Castèu, col pronto coraggio silenzioso che è tutto delle donne, prese subito il suo posto d’infermiera accanto al vecchio dottore.

Passarono due ore di terribile angoscia per tutti. Il respiro dell’inferma si era fatto più lento: appena dieci respirazioni al minuto. Il dottore credette necessario di avvertire che non aveva più speranze. Veramente, non ne aveva avute mai, dal momento ch’era stato chiamato. Ma parlava così per trarne occasione di consigliare che si mandasse pel prete, se pure i conforti religiosi fossero per piacere alla famiglia. Albertina conosceva l’animo di Gisella: si affrettò a condurre il generale fuori della camera, per dirgli il parere del medico, e insieme il suo consiglio, che non poteva essere disforme dal desiderio della malata.