Non parlava quasi più, l’antica giovanetta data al canto: Rosa dalla squillante voce. Un tempo fu in cui ella iva aggigliata in qualche mattina, allora la chiamavano Rosella, e cantava gareggiando con le altre fanciulle. Ma si esaurisce il terreno che dà maggior ricchezza di messi e su di esso non si rinnova la dolce stagione; ella si era fermata nel riso di allora come in un punto solo in cui tutto l’intelletto si compenetri.

Scarpicciò ancora per l’aia e raccolse stecchi, fili d’erba, foglie, tutto che le si presentò agli occhi, capace di attivare una fiamma, poi riaperse l’uscio e scomparve.

E giunsero dal monte i figli, Luigi e Masino vennero primi, Alfonso seguì più lungi; nessuno fece parola, sedettero per l’aia, togliendo il sacco dalle spalle, Michele non alzò il capo, li udì e si tacque.

Alfonso sedette su di un ceppo e da questo staccò le barbicelle più esili. I quattro uomini rimasero guardando la terra con fissità strana, quasi ne volessero far scaturire una larga messe, un tesoro. Essi stavano sotto al sole, la terra era bianca ed arida.

C’era un silenzio meridiano opprimente, pareva di udire qualche forza rodere la terra internamente, un’antica forza che minasse il monte nelle sue viscere, sordamente nel tempo.

Essi ascoltavano muti.

E ancora Rosa comparve sulla porta e chiese:

— Il pane?

I figli alzarono il capo e lo riabbassarono senza dir parola, ella sorrise a tutti e rimase così, con una rocca fra le mani, e ne agitava il pennecchio. Sotto quel sole parea ci fosse un singulto.

Rosa guardava i figli come consentendo a un suo pensiero, le sue mani ossute scompigliavano il lino e parea ch’ella volesse parlare per pianto.