I figli si piegavano a quella miseria oscurandosi sempre più; accettavano tutto, fosse pure un rosicchiolo rancido, purchè i denti avessero da frantumare qualcosa e lo stomaco non gridasse nella sua insaziabile fame. La loro gioventù non era vissuta mai. Eran passati giorni in cui il maggiore aveva masticato erba, per non togliere a’ più giovani il poco pane sufficiente appena a non morire. Erba amara come il veleno.

Presenti al continuo martirio dell’essere, al tormento continuo della carne, s’eran lentamente ammutoliti e chiusi, ciascuno conservava in sè un suo odio incosciente, una cieca sua brama di animarsi in lotta contro qualche nemico che non sapeva.

Non poteva essere nell’anima loro serenità, la preoccupazione dell’esistenza li teneva come verghe ad un fuoco inestinguibile. Ardevano; eran gli occhi loro continuamente accesi di febbre.

Alfonso aveva sognato una notte una magra figura di donna, vestita in gramaglie che annaspava verso un fuoco; spaventato dall’incubo, ai fratelli narrò il triste sogno, essi dissero ad una voce:

— La morte!

Così ogni loro pensiero giungeva ad un unico termine di vita.

Se alcuno d’essi tentò una nota di canto, ben presto sentì soffocarsi la voce, chè ogni bel riso nella mente loro tornava in dolore. Nessuno li fe’ sapienti di giustizia o d’altro; essi non seppero se non il calvario di Gesù e la pace degli umili ne’ cieli, ma ciò non bastava a vivificare i loro spiriti; la remota ricompensa de’ cieli non era sì alta e soggiogante da convincere ogni loro pensiero, ed essi ancora non sentivan tanta forza di misticismo da piegarsi volenterosi a qualsiasi sofferenza pur di avere la gloria di un incomprensibile paradiso.

Era la carne loro, era il palpito del loro sangue vibrante come la più alta armonia, che li rendeva cupi per insoddisfatte energie; era la vita che sfuggiva ai loro occhi ch’essi avrebbero voluto. Lo spirito, più che la materia, si esauriva, non poteva aver forza di concezione superiore; essi avrebbero benedetto l’alba del Signore in forma di un pane quotidiano e sicuro; si sarebbero prostrati, come veri figli della terra, al sole, se le attività del loro essere si fossero sviluppate, se qualche gioia li avesse accolti come tre figli dispersi che una buona ventura riconduce.

Ribelli no, credevano dovesse esser così per loro continua condanna e questo li rendeva muti ed irati; supponevano un destino più forte di qualsiasi umano volere, che li perseguitasse di continuo, senza tregua, per qualche incognito male. Non mai avevano bestemmiato il Signore; però questo loro Dio era nella chiesa e non si staccava di là, lo pregavano là dentro, come si andrebbe da un ricco ad implorare un aiuto, ma non ne sentivano affatto l’onnipotenza.

Michele poichè vide che il pane era cotto, disse: