Rosa le posò una mano sui capelli folti; poi Michele si levò per divedere il pane fra i figli.
Ebbe la prima parte Maria, le disse:
— Basta?
Rispose la fanciulla:
— Sì.
Alfonso, Masino e Luigi vennero poi tendendo la mano e tutti si assisero nell’ombra presso a Maria. Mangiarono in silenzio; poi che ciascuno ebbe finito, riprese il suo sentiero di fatica, chi al monte, chi alla valle, senza augurio nessuno. Il giogo ancora li premeva costringendoli al silenzio.
Maria alzò la voce quando trasse le pecore dall’ovile, ella sola gridò:
— Addio — e si avviò cantando un rispettuccio garbato.
II.
Dette suoni di crotali e sistri, l’antica selva mossa dal vento; molte quercie scamozzate stettero come fauni e satiri dai piedi forcuti, dalle dure faccie aspre e desiderose di carezze sapienti, irrigiditi in qualche suprema libidine. Questi, con le braccia monche, eran nella selva, come le erme di qualche antico giardino d’amore; ancora in atto d’invito stavano, ritorti in un delirio di folli grida, in uno spasimo di tutte le membra sotto l’oppressione di una corsa, di un violento possesso. Gli occhi bislunghi ebbri di tutta la bestialità umana, le sottili bocche piegate ad arco in un ghigno di selvaggio potere. Così, immobilizzati nel tempo sulla dimora di una vincitrice driade, a scherno della loro insaziabile concupiscenza. L’edera ancora fra le brevi corna strisciava, lasciando ricadere le sue foglie a ghirlandetta sul viso nerastro, folto di peli crespi.