La selva ebbe molteplici suoni, fino alla sommità del monte si estesero, intrecciandosi in confusa euritmia. Il suono di un campanaccio scese da’ pascoli lontani, da un masso pullulò una fontanella limpida gorgogliando.
Maria condusse le pecore a brucare l’erba nuova; si aprivano bocci ad ogni suono, ogni zolla fioriva in una chiazza di sole. Maria andò fino alla costa verso l’opposta valle, il giorno era forse un po’ caldo, un po’ stanco; passarono fremiti nelle ondate del vento.
Ella sentì di godere in una carezza, un’avviluppante carezza di tutte le cose vibranti quasi con violenza.
Le voci umane avrebber tremato in quell’ora, o abbassandosi fioche si sarebbero spente in silenzi pieni di promesse. Ella si guardò una piccola vena nel polso tremare come di brividi di cui l’anima era incosciente.
Ben diceva il rispetto:
— Li ho visti dei limoni acerbi stare
e maturarsi per amor di sole. —
poteva esservi intorno cosa che non dovesse esser violata nella sua acerbità?
I pruni davan le bacche selvagge e l’aspra verginità de’ frutti era violentemente maturata dal sole nella possessione universa. Qualsiasi cosa si addolciva; prendevan colore così i frutti sulle alte rame; un desiderio di darsi a quell’ampio abbraccio, di essere compreso in quella corsa gioiosa verso la maternità, verso il confine della vita per il tramite del piacere, era in qualsiasi materia viva de’ due regni.
Il sole segnava mirabilmente nel suo alto cammino l’evolversi delle cose. In lui, per lui tutte le vite in atti molteplici e conformi si spegnevano per risorgere; egli era ne’ cieli l’immagine di un ineluttabile ciclo di azioni.