Stette dritta e spoglia un’acacia; dal tronco e dai rami aridi, numerosi si dipartivano gli aculei a cono, rossastri come per sangue aggrumato e per ruggine, rigidi, gettati nella materia più solida e infrangibile. Sotto al sole la pianta magra e forte dava un’ombra senza intrichi.
Ell’era morta, la linfa, dalle radici profonde non più saliva pei tessuti in flussi rapidi e costanti; era morta e diritta nella sua minaccia. Priva di verde il suo aspetto arcigno le dava una apparenza quasi di nuova vita, attorno a lei non eran fiori; ma bensì, siccome il sole tutta l’avvolgeva, su di un ramo si era placidamente avvolto un serpentello. Stava col capo e la coda penduli, immobile nel torpore di tutto il suo essere soddisfatto. L’immagine fu piena di vita sotto il sole fecondatore.
Maria passò e non temette; gli innocui serpentelli sibilavano fuggendo spaventati all’appressarsi delle sue pecore.
Sentì sotto i piedi umidi la terra calda: un contatto come di mano rude e callosa a volte, a volte aveva la morbidezza delle mani più candide.
Vide un reattino posato su di un ramicello; per il suo appressarsi non fuggì, cantava sotto voce, un filo esilissimo di note tramate intorno ad un pensiero calmo; fra pause continuava il suo canto gonfiando la gola, tutto raccolto, socchiudendo gli occhi di berilli.
Incontrò una vecchia che tornava con una bracciatella di stipa, aveva sulla fronte come delle stimate antiche, e però ella veniva muta guardando la terra, nè disse augurio a Maria.
E sull’alto dei rami stridevan le cicale dalla voce legnosa, tremula, inesauribile. Qualcuna ebbe come singulti chè cadde preda di qualche passero vorace.
Invero era come un invito d’amatori sotto la caldura. Fra i più spessi cespugli stava il colore stanco dell’erbe morte. Passavan scendendo dall’alto sibilii come di corse veloci fra i rami, inseguimenti di satiri, sibilar di freccie da qualche bianca mano di purissima Diana.
Maria andò sorridendo fra le piccole labbra, con un visuccio che pareva un maggio. I piccoli seni fiorivano sotto alla veste, premevano desiosi delle prime carezze; due frutti dell’orto nuovo, eran come due frutti rosei della rama d’amore dei cantamaggi. Ell’era bensì trascurata nella veste, ma questa fioriva per la grazia della sua bellezza. Le brune mani stringevano un’esile verghetta con la quale dirigeva il cammino delle pecore. Ell’era lenta e pensosa di qualche cantata udita dalla bocca di un compagno, fra valle e valle.
— In quel lettuccio dove dormi sola,