E gli adolescenti si chinarono alla vita palpitando di sorrisi, ma pallidi quasi per morire.

III.

Passò un autunno senza pampini, un autunno senza grida di vendemmiatrici, senza ronzare spesso di pecchie a torno al dolce mele dei chicchi rubelli. Cominciò la triste malattia dell’inverno e tutto lentamente declinò, tutto s’impresse delle stimate dell’agonia, se non qualche cipresso, oscuro come le tenebre più spesse, che vegliò quasi a guardia della morte.

V’eran de’ sentieri che avean l’ombra, de’ sentieri nascosti e custoditi da una dovizia di messi inusitata: ora scricchiolavano per il palpito di uno spesso tappeto vegetale. La terra si denudava mostrando lo scheletro triste, antico e convulso per vulcaniche eruzioni, come smosso da titaniche braccia con pazzo furore.

Poi che i succhi vitali si esaurirono, fu un lento discolorire, un passaggio al silenzio, di ombre esauste.

Il verde, diffuso come da mani di alba, scomparve; qualsiasi apparenza che potesse significare un conforto della terra, scomparve; le case si videro pei monti, fra ghirlande di nude rame, giacersi chiuse senza apparente vita come vani abituri di fantasmi.

Una nota grigia dominò dal granito alle case, alle nude rame, ai campicelli nudi su qualche breve costa. I botri erano grigi per riflesso di cielo, nel Buco d’Inferno gridava, il fiume inabissantesi, come per continuo delirio di spavento. La sensibile animazione umana della primavera, dell’estate, ora si taceva; i luoghi s’irrigidivano alti ed oscuri, tetri come nell’effigie di un terribile destino invincibile ed universo. Parea che tutta quella scomposta sovrapposizione di massi granitici, nella titanica mole, costringesse l’uomo all’umiltà, alla schiavitù della forza, brutalmente.

Cominciò un pellegrinaggio triste, di miseria, verso i piani che dalle sommità si scorgevano, come mari tetri e densi di acque oscure, quasi spaventosi. Le greggi partivano non avendo pascolo alcuno e gli uomini pure; all’ombra delle case, con qualche sostentamento per l’inverno, rimanevano le donne, sole per la lunga stagione.

Michele come gli altri doveva partire la veniente sera, coi figli. Forse qualcuno di essi sarebbe rimasto se Rosa fosse stata sola, ma c’era Maria ed ella avrebbe avuto cura della vecchia ebete.

Quell’abbandono temporaneo era abituale, avveniva tutti gli anni, lo stesso giorno, all’ora stessa, nelle identiche condizioni; quasi le parole, gli atti si ripetevano con la stessa grave sobrietà, tutto si racchiudeva in un periodo breve di azioni ripetute senza un sensibile disturbo di cuore, come con indifferenza brutale, ma l’apparente calma celava un tragico sconvolgimento.