Fu l’epoca delle frutta; caddero le corolle dai melograni, il terreno si sparse come di goccio di sangue per ogni frutto che il ramo sostenne e nutrì. La terra aprì le sue viscere a tutte le radici che vi cercarono gli umori di vita e dette tutte le sostanze la buona nutrice, l’inesausta Cibele feconda.
Fu tempo di ritorni e le pazienti attese ebbero la gioia dell’incontro. Ogni sera qualche nuovo canto echeggiò per le montagne e qualche voce di donna pianse di gioia, e chi non vide tornare l’uomo alla sua casa, ogni tramonto guardò verso il fondo della valle ove la strada si perdeva, ed ascoltò tutte le voci che ebbero una vibrazione passionale e desiderosa.
Molti tornavan con buone novelle per i venienti, sicchè ciascuno si rallegrava in cuor suo aspettando con impazienza manifesta.
Maria seppe da Maddalena del Bosco che suo padre e i fratelli erano già in viaggio e pochi giorni mancavano al loro ritorno; ricevette la notizia senza scomporsi e guardò Maddalena con un sorriso triste.
Il suo dolore, senza un grido, si era raccolto in lei, vi si era annidato costante e terribile, senza tregua, paragonabile ai maggiori martirî. Da un lato, l’assillo velenoso la sospingeva, indebolendole la ragione, ad un limite ultimo di pena; dall’altro, la sua creatura, la sua debole creatura, le tendeva le piccole braccia, premeva i suoi seni, aveva necessità assoluta della sua vita. E se per sottrarsi al presente e all’avvenire, ella avrebbe cercato con risolutezza la morte, a ciò non sapeva decidersi guardando l’innocente, il suo piccolo peccato.
Nella maternità rifulgeva un po’ di bene, in questo sentimento il vigore della sua gioventù era ancora limpido e forte, ella si era chiusa come un cielo sopra quella piccola anima sua, come un cielo senza limiti ma impenetrabile, così che anche il dolore innanzi a quell’alba era costretto a tacere. Il dolore stesso, tutta la turba dei pensieri oscuri e delle disperazioni mute, dei triboli e dei patimenti acuiti; tutto il male, tutte le bassezze e le viltà, dovevan fuggire e umiliarsi, sotto l’impero di quella muta luce collegata alla terra e all’universo e somma quanto Dio.
Nell’amore di madre ell’era più forte del ferro, più rigida del monte. Qualsiasi passione umana, qualsiasi sentimento morale che avesse potuto condannare il suo passato, il pensiero del padre e dei fratelli, l’ira e la condanna di quelle voci ch’ella pure aveva temuto e nelle quali, alcuna volta eran state per lei intonazioni sacre, sparivano, si ammutolivano, diventavano una cosa miserrima e meschina, di fronte al suo sentimento prepotente e solenne. Ella aveva dato tutta l’esuberanza del suo affetto al figlio, lo aveva racchiuso come in cerchi d’oro in un incantamento dal quale non si sarebbe destato per grida o per minaccie.
Ma s’ella pensava a sè stessa, s’ella guardava l’anima sua, per un intimo orrore rabbrividiva: la debolezza istintiva della sua carne, del suo essere scaturivano, allora, nell’accasciamento del male, abbattendosi stanca senza lacrimare, senza singhiozzo, costretta ad un martirio inesauribile.
Le dormiva sul seno il piccolo figlio e Rosa accoccolata a’ suoi piedi lo guardava, toccandolo con le punta delle dita e rideva mormorando cose incoerenti; in quelle soste avveniva l’abbandono al dolore.
A ciò che sarebbe avvenuto non poteva pensare, la sua mente non essendo in grado di concepire disperazione maggiore di quella che continuamente la straziava; tutte le essenziali virtù intellettive del suo cervello si tacevano, ella non aveva che poche visioni, poche parole racchiudentesi intorno al ciclo unico del suo peccato.