Per la prima volta la chiamava per nome, ella aveva già vissuto molto nell’anima sua.

— Sì, tornerò sempre.

— Ora non hai più paura di me, vero?

Ella abbassò il capo in un subito pudore infantile.

— No... voi siete buono.

Quella mattina l’aiutò alla ricerca dei funghi, tanto che il piccolo grembiale ne fu pieno. La sera Viola ritornò a far legna e stettero insieme, poi il giorno dopo ancora e così in seguito finchè non fu giorno in cui ella non andasse a lui.

Una volta le regalò le scarpette, ella ne gioì come di una reggia favoleggiata, poi ancora una breve veste.

Passaron così mesi, s’ella una volta mancò, Bosso ne ebbe un rincrescimento vago. Ella si era insinuata lievemente, come un fil di sole fra due steli, ma l’anima ne vibrava, l’anima ne sentiva ora la necessità imperiosa.

S’egli pensò ancora alla bontà della vita fu per il fascino di quei grand’occhi di smalto, che scrutavan nelle sue memorie, ridestando un’ombra simile, ma lontana, ma incerta, come prima della vita. S’egli sentì la dolcezza di qualche istante fu per quei suoi capelli biondi, strani, arruffati, serpentelli nati dal sole per una magia. Bosso amò Viola per un ricordo ed una gentilezza, Viola amò Bosso per un suo abbandono soave, come fa il capel venere coll’antica muraglia.

La pineta stupì, alcune volte, nella severità antica; Viola trillò, corse, rise, tutta la sua giovinezza esuberante si librò nell’aria a volo verso il più alto cielo che i pini tentavan nascondere.