Il limite

Da poco si erano adunati nella stalla; fuori sibilò il vento di tramontana, passò il freddo ed il brivido delle rame. Fu notte di convegni fra lampade, notte di veglie fra buoi.

Aspettavano. Mea, un poco curvata, le palme strette fra i ginocchi, fissò continuamente e senza attenzione una festuca; ella era sotto la lampada appesa con una cordicella al soffitto; pispigliaron le fanciulle accoccolate sul fieno e la nonna torse con lento lavoro il lino, pazientemente; pareva ch’ella filasse i capelli di una rigida fata o di un idoletto sacro. Il nipote del core le stette accanto sogguardandola.

— Nonna, vi asciugherete la bocca prima di aver filato tutto il lino.

Ella si rivolse ridendo, ma rideva sempre nelle sue rughe, rispose:

— Si asciugheran prima le paludi, anzichè la bocca di chi fila per farvi vesti.

Il piccino allargò gli occhi.

— Sì! Le paludi! C’è dell’acqua per annegare me e voi!

La nonna lo accarezzò sul capo e lo baciò sulle guancie. E dove era ammucchiato il fieno saliron risa soffocate, singulti di riso, quasi di gioia repressa. Le tre fanciulle eran col capo vicino, fra i capelli avevan qualche stelo d’erba secca. Si narravano le avventure dei balli e dei campi, gioendo nella memoria, i loro corpi erano come corde tese.

Un piccino si divertì a far treccie nella coda di un bue, questo lo guardava accovacciato, col capo reclino e gli occhi luminosi come di un sorriso. E le sorelle di Mea, erano ancora vergini acerbe, fecer gabbiuzze di steli per i grilli, dissero, per i grilli che cantavano al tempo delle primavere. Poi si udirono voci vicine, l’uscio si aprì per una spinta e la stalla fu piena di rumori e di risa.