Sì, disse Mirello degli Amadori: — S’io posseggo ed ho di mio dei beni, e non sono un mostro, perchè non vuole?
Mea era un po’ come la siepe:
— S’io non voglio, tu non verrai nel mio podere. Io darò la mia persona a chi più amo.
E Mirello quando pensò di averla, ritenne la cosa come un fatto compiuto. La sua volontà era come il vento che domina. Si disse: io saprò far piegare la rupe alla volontà mia, nessuna cosa potrà impedire ch’io infranga ciò che resiste.
L’interesse gli aveva suggerito di unire il suo bene a quello di Mea, calcolo fatto, risoluzione presa. Egli non sentì amore ma s’infinse, pregò, implorò, tenne umile aspetto, volle mostrare d’essere vinto, volle ch’ella lo amasse per la sua debolezza, per la pietà, per la tema ch’egli ne morisse. La celebrò in tutti gli stornelli per la sua bocca, in tutte le canzoni ed anche prese cantori che dicessero le lodi della bella persona.
E chi non fu persuaso di quella passione, non manifestò il dubbio, forse furon pochi, forse nessuno; chiunque fra gli amici e fra le fanciulle fece gran calcolo delle apparenze. Taluna per un suo sospiro sarebbe stata come il fuoco; Mea era la rupe che non s’incendia.
Aveva pensato: — Altra volta egli non fece calcolo di me più di un ciottolo, quando viveva ancora l’Emma e nutriva speranze su lei. Ora io sono il podere e la vigna; il fertile orto ed il ricco granaio, egli viene per possedere i miei beni e non me; canta le lodi delle mie ricchezze e non della bellezza mia. Ebbene, egli si vanta di tutto potere quando la sua volontà voglia, ora sarà una sfida per la sua forza.
Mea non aveva lavorato mai nei campi e si era serbata bianca ed era bella come messi novelle. Ne’ chiusi silenzi della sua casa, si formò l’anima sua forte e flessibile come fusto di canna. I suoi occhi avrebbero fatto piegare un torello in furore.
A tutte le cose ch’egli le disse, rispose:
— Lo sapete ho già l’amante!