Ormai, dall’ultimo colloquio avuto con Mea, aveva deciso, e ciò che era nel suo pensiero doveva fatalmente avvenire.
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L’ebrietà della festa fra grida, era in ciascuna anima, come il roteare d’un razzo in folle corsa; le giovanette accese, risero per la via fra nuvoli di polvere, strette fra loro o al braccio dell’amante, trasfigurate. Ognuna fu come il campo riarso che, ombreggiato da una nube, si anima di un poderoso desiderio. Era il trionfo della materia più vibrante del sole, chè il gruppo umano dimenticò nell’orgia l’anima sua; ciascuno arse negli occhi e nel viso; ciascuno ebbe sulle labbra l’invito del fiore carnoso e le parole furon, fra singulti di riso, come nervi strappati, come canne curvate da fuochi.
Gli spari, la musica vertiginosa delle fisarmoniche, le grida, il vino, la polvere, il sole caldo e avviluppante, vinsero ogni senso che non fosse d’ebbrezza; furon tutti costretti in un’unica via, anzi vi si gettarono assetati di gioia, sospingendosi uniti più che mai e fratelli fra il vino ed il sudore.
— Bevete!
Ogni labbro di femmina, ogni bocca di vergine fu costretta al bicchiere, al bicchiere della fratellanza; e, poichè era vuoto, ancora si empiva ancora finchè le guancie non si fossero accese dello stesso colore del vino, finchè non fosse negli occhi, nelle labbra, in tutta la persona l’ebbrezza del vino.
E tutte le bocche vi si posarono, chè non vi fu labbro ammalato che ne desistesse. Passavano poi al ballo sotto al sole, ma che importava ai lavoratori dei campi nei pieni meriggi d’agosto? Ogni voce fu d’incitamento al suonatore: — Presto presto presto! — Il mantice della fisarmonica si gonfiò sbuffando e lanciò nell’aria una ridda di note inseguentisi, intrecciantesi, costrette nel ciclo della folle armonia. Odoravan di basilico i seni, ed i capelli di sudore, un odore acre e penetrante costringeva come a curvarsi e a lambire, con l’incosciente brutalità della bestia.
Su tutto, dal campanile, ondulò il suono della preghiera, il suono che ricordava Gesù, la mite figura del mistico, alle turbe disfatte dagli eccitamenti voluttuosi. Allora verso la chiesa si vide soletta andare una fanciulla, vestita di scarlatto. Mea così iva ad invocare per l’anima sua la grazia del Divino. Anche Beppe, l’amante ch’ella aveva eletto al cuore, era andato per la sua strada: avea amiche e l’avean lasciata, conoscenti ed avevan sussurrato di lei; l’amante... ed era onesto, aveva creduto alle parole dei falsi. I vecchi ancora, i vecchi che le avevan dato la vita, erano ignari e guardavan con istupore perchè intorno a lei si era fatto il silenzio e la solitudine.
Ella era allegra un tempo in crocchi ed in comitive di giovani; ed ora andava sola e non rideva più, come se si fosse impietrata, come se avesse sognato uno spaventoso sogno della sua morte.
Mirello aveva ottenuto il trionfo, ma ella non si piegava a lui, ed egli seppe che ella sarebbe morta anzichè darglisi.