Disse ridendo: — È mia, è stata mia, ora vuole far la superba ed era prima come la colomba che fa il nido!
Tutti risero, nessuno dubitò, chè il male trova aperti mille cuori ad accoglierlo. Egli le fece il supremo oltraggio, le sparse la soglia di capelli, come alla donna che merca la sua persona; lo scrisse sui muri, lo sussurrò in mille orecchi, ne fece sapiente il contado. Mea si trovò sola, abbandonata ma egualmente non cadde.
Con Beppe solo, implorò, giurò e pianse a’ suoi piedi; ma siccome questi non desisteva dal sospetto, lo spinse fuori di casa con furia senza più lacrimare.
Ed ormai aveva deciso, rovina per rovina, ella sarebbe stata trionfatrice nella morte. Colpirlo nella persona, no; ma bene altrimenti, fino al cuore, senza farlo morire.
Egli aveva ottenuto lo scopo, l’anima di rettile vile! Aveva colpito là, ove ella era più salda nella coscienza delle genti! Egli, ricco e stimato, contro una donna sola che non poteva stroncarlo come un vimine. Ebbene, Mea avrebbe vendicato l’onor suo, come la vipera che si attorce al leone e lo avvelena.
Lontana no, volle andare ove tutti erano, lo scherno sarebbe stato la forza della decisione, l’ultimo colpo che configge il chiodo nel legno siffattamente ch’egli si troncherà per levarnelo.
Ma volle pregare, l’anima misericorde di Cristo sapea che ella non aveva peccato.
Si vestì di scarlatto, non volle il lutto: giacchè la dicevano la meretrice, sarebbe stata così sfacciatamente di fronte a tutti, salda nella sua coscienza.
E si inginocchiò e piegò gli occhi; nella preghiera e nel ricordo pianse.
— Cristo, Cristo Signore, vi raccomando i miei vecchi, date a loro la gioia, e i piccoli fratelli miei sian la loro consolazione, il sorriso ch’io non ho potuto dare. Perdonate le lacrime di quegli occhi e accogliete l’anima mia che vi benedirà prona al vostro trono di gloria.