E quando uscì erano sul piazzale i giovani ebbri, in largo gruppo ad attenderla.
Mirello per primo, folle nell’ebbrezza del licore, le si fece incontro.
Ella impallidì e rimase ritta guardandolo con terrore.
— Bambina mia, io son venuto per stare con te, bambina mia, per dormire con te.
E tese le braccia, le venne vicino e volle stringerla, Mea lo spinse con tanta furia, ch’egli, già ebbro, barcollò e cadde.
Dietro, la turba degli avvinazzati, rideva compiacendosi.
Mea riprese la via, ma Mirello aiutato si rialzò e sconciamente ingiuriandola, con gli altri che gli tenner voce, la seguì per tutta la festa, sicchè ognuno si rivolse a guardarla con disprezzo. La ragazza ebbe la forza di non volgersi, passò come una regina, pallida nell’estremo dolore, sotto le ali della morte.
***
Poi che la notte discese, era in ottobre e una notte di nebbia, Mea uscì dal nascondiglio che l’aveva fino allora celata e si dette a correre verso la pineta. Era come una tenebra universa, quasi che la terra avesse smarrito il sole.
Mea già vide nella pupilla i bagliori della sua vendetta e corse senza affanno, leggera e sicura del cammino. Traversò i fossi, forzò le siepi, senza un grido se qualche acuta spina le strappò le carni. Sorgeva nel suo petto un impeto violento che l’avrebbe fatta correr così fino alla morte, senza una contrazione, rigida e insensibile. Certo la debole femmina aveva trovato allora tutte le forze selvaggie dell’istinto, moltiplicate dalla ragione e dal desiderio, dalla convulsa necessità della vendetta.