Era un martirio, un’ossessione, una fiamma nel cervello, in tutte le vene; tutte le forze attive del suo essere si erano concentrate acquistando una straordinaria veemenza; ell’era un pensiero che voleva l’azione, una forza lanciata ad una meta che avrebbe raggiunto con la cieca furia del toro che si schianta il cranio contro le palizzate.

La donna umile e mite si scatenava improvvisa, come sotto uno specchio di limpide acque si apre ad un tratto una bocca di fuoco. Ella trovò in sè stessa tanta forza e tanta volontà da abbattere montagne; ora precipitava verso il suo punto di trazione, come un granito da una roccia.

E giunse alla pineta d’Isola. Guatò intorno la tenebra, strinse le pupille ad avvivare lo sguardo, ma vide le ombre alte dei pini. Accese la torcia, questa, composta di sostanze resinose, crepitò d’improvviso fumigando rossastra. Mea la tenne all’altezza del volto e la guardò fissa con le larghe pupille del terrore.

Tutta la luce battè diritta su lei e la irradiò, il suo capo parve un fuoco nell’ombra, una viva fiamma scarlatta che avesse assunto forme terrificanti.

I capelli rossi le si dilatarono intorno al viso, si contorsero, si aggrupparono, ella aveva assiepata negli occhi tutta la sua vitalità vendicatrice. Poi ebbe un grido breve, le labbra piccole tremarono, scosse il capo violentemente e piegandosi serpentina, si lanciò nel folto.

La face, per le sue piccole mani che si agitarono in tutti i lati comunicando il fuoco, tracciò grandi archi che racchiusero in attimi la sua persona. L’immane frutto della sua vendetta cominciò. Piccole fiammelle crepitarono basse, saltellarono di cespuglio in cespuglio, chiare e limpide; poi che le piccole rame che crescevano al piede de’ fusti non potevano aver sole bastante per vegetare.

Ella vide attivarsi ogni fiammella con una gioia aspra, come se tutte quelle forze convergessero nel suo essere ad aumentarlo, come se ad ogni resina ardente ella sentisse più ampia la sua anima trionfatrice. E più che la face scorse scintillando, suddividendosi in molteplici fiamme attorcigliantesi, quasi chiome scarmigliate, al nero fusto, crebbe l’animazione del fuoco, sì che i silenzi furon rotti da crepitii e da strida. Accresciuta la forza, la fiamma rapidamente involse i tronchi, chè la corteccia secca e disunita dei pini, imbevuta di resine, rendea come torcie.

La pineta d’Isola, data alla vertigine del fuoco, si contorse sempre più in ispasimi e grida, orribilmente.

Stormi di corvi e falchi, alla gran luce accorsero e vi trovaron la morte. Mea, non ancora esausta per la sua opra straordinaria, sfidava il fuoco, la morte, le forze di distruzione; ella anzi le spargeva con le sue mani come una furia, con furore e con grida. Arsero i rami e le cime, la fiamma salì oltre i domi e si spiegò guizzando a grandi altezze; poi per un impeto di vento che giunse di tramontana, le fiamme corsero a raggiungersi ed a congiungersi spinte ad un punto, sottilmente, con brontolii rochi. Scorsero rettili sibilando, di foco in foco snodandosi come vimini in fornaci; nulla fu illeso, nè i piccoli sterpi, nè le grandi rame; i tronchi bensì rimasero rigidi e oscuri nel turbine. In poco la pineta d’Isola fu come un’improvviso cratere. Una pioggia di tizzoni cominciò, caddero rame arse; le braccia de’ vecchi pini tese ad eterno invito, ad una ad una precipitarono con fragore, e per le resine, fu nell’aria un profumo di tempio.

Parve che fra il fuoco in corona ampia di martirio avanzasse una turba accesa e scomposta. Mille e più, innumerevoli, uscivan gli esseri dalle forze del fuoco onnipotenti ed avanzavan forti come l’amianto, vittoriosi dell’elemento purificatore.