Tutti i solitari della pineta, tutte le anime fortificate dal silenzio, i puri, i semplici, i dimenticati dagli uomini e dal tempo, ma non dalla natura, venivano come in processione per vedere la morte di ciò che fu la loro esistenza. Rudi come corteccie di pini, puri per sentimento d’amore e semplici per considerate grandezze, passarono e scomparvero, poi che ad uno ad uno riarsi caddero i più vecchi tronchi di pino.

Fu un volteggiare sempre più vasto nell’aria, da tutti gli orizzonti giunsero i migratori alla morte, non vi fu in quella notte ombra che attraversasse il cielo, che non si offrisse quasi ad olocausto. Le rame più forti che si allacciavano salde, nella crescente combustione, poi che il calore salì alla più alta potenza, si inarcarono d’improvviso a trionfale passaggio e parve infatti che in una fiamma sibilante, passasse l’anima viva della pineta esulando.

E nel fitto assieparsi dei tronchi, scompigliata da vari venti, viva, moltiplicantesi per eterne energie, la furia delle fiamme si scatenava più terribile di un uragano, ovunque fosse una vita era una scaturigine di fuoco, tutto si snaturò e si scompose nel rogo. La morte delle cose regnò ritta nell’ombra, sorridendo, grande quanto i cieli, e l’arco della sua falce superò gli orizzonti.

E Mea corse, corse, ella sentiva ardere le sue vesti, ella sentiva che sarebbe scomparsa con la sua vendetta. I capelli ebbe mezzo riarsi e sul viso bianco, e sulle spalle, e sul seno, piaghe nerastre.

Ella si sentiva sformata, su di sè era il fuoco, nelle sue piccole mani, nella bocca, nei capelli, ovunque ella aveva un nido di bellezza, ovunque ella aveva una perfezione, il fuoco sformò e quasi disfece. Non sentì dolore, non gridò per dolore; era tutta la sua attività vitale condensata nel fulcro eccelso del suo pensiero che correva ad un termine. Ottenuto lo scopo, sarebbe caduta esausta e moribonda, ma vincitrice.

Ell’era l’assillo e il tormento, l’energia e la vittoria, un’estrema forza spinta ad un’estrema rovina, fatalmente. E corse verso la casa di Mirello.

Poi che la vide rossastra, illuminarsi nell’incendio e vide sull’aia ritto, immobile nell’orribile visione, Mirello, e attorno a lui i piccoli fratelli tenersi allacciati in ispavento, gridò e fu l’asprezza di un fulmine:

— Ah! vieni! sposami, sposami, sposami! E poi che l’altro convulsivamente, quasi atterrito dalla visione si precipitava, corse nel fuoco e dal fuoco l’ultima volta, con risa aspre, tese le piccole mani piagate in invito d’amore.

Poi un impeto improvviso di fiamme l’avvolse ed ella scomparve in una luce viva ed altissima, dall’odio alla morte, senza un grido di spasimo.

Miseria