Allora cadde come per incanto il grande edificio dell’umanità, mi trovai a brancolare nel buio, a fissar incessantemente termini perchè la mia ragione umana non si perdesse nell’orrore della pazzia. Risi, dileggiai, ogni cosa mi apparve meschina, ogni azione dell’uomo, inutile. Volli dimostrare il continuo inganno, persuadere l’umanità a starsene queta aspettando la morte, unica cosa meritevole come fine della più terribile ironia dell’universo.

Quando parlai qualcuno mi guardò spaventato, altri rise, altri non intese. Solo un uomo, il nonno, mi disse:

— Non è forse in ciò che tu vai predicando, un infinito egoismo, un infinita superbia?

Tentai una dimostrazione del contrario, il mio spirito turbolento non si sarebbe così facilmente piegato a ragioni avverse, pure considerai il pensiero trovandovi una vera sorgente di bene.

Ma ancora non potevo fissare chiaramente un limite, ondeggiavo fra mille ragioni e il dubbio scendeva sempre a sconvolgere i miei piani. Fu una notte, avevo vegliato nello studio; nei libri non trovavo ragioni sufficienti al mio ardente desiderio di pace; avevo in me il male, il male dell’ironia. Il mio pensiero avanzava, con quest’arme, tutto distruggendo e lasciando lo spirito invano proteso al sapere per trovarvi la calma. Perciocchè tutto cadeva: amore, lavoro, sapienza, bontà, grandezza; tutto era trascinato in questo vortice. L’uomo era un’ombra, una forma, l’inganno più perfetto di un artefice mostruoso.

Lo stato di pena dell’anima mia era intollerabile, così non avrei potuto in alcun modo continuare, necessitava una risoluzione, una fine, era imperioso il bisogno, la tensione dei nervi troppo prolungata, avrebbe finito per spezzare la mia fibra. Ero risoluto di trovare una spiegazione: o il mio spirito sarebbe rimasto soddisfatto ed io avrei trovato una nuova via di ragione, oppure tutto sarebbe finito con un unico atto, vile.

In quella notte mi accadde di temere la morte perchè il mio essere insoddisfatto, che pure aveva in sè energie da esplicare, vi si ribellava con violenza. La ragione e il sentimento lottavano senza tregua, ebbi allucinazioni, che mi parve a volte d’aver raggiunto l’ultima verità e a volte d’essere il più meschino fra gli uomini, un senso chiaro bensì mi avvertiva ch’io mi accostavo al limite oltre al quale la ragione più non ha campo.

In una risoluzione improvvisa mi dissi: Se altri con scienza vive concordemente a natura, indaghiamone il mistero.

Così comparvi nello studio del nonno. Egli mi accolse con bontà, senza meravigliarsi della mia presenza a quell’ora, pareva mi aspettasse da molto tempo con pazienza e che quella venuta per lui fosse certa.

Alzò gli occhi dal libro che ponderava e nel viso ebbe un sorriso calmo, buono, soddisfatto. Vidi il completo equilibrio delle sue facoltà, la perfetta quiete del suo spirito e a un tratto gli chiesi con veemenza, come per entrare subitamente nell’anima sua e coglierla in quello stato di letizia: