— Ditemi, d’onde traete la vostra serenità, nonno; io ho l’inferno nel core.
Egli mi prese una mano; disse:
— Lo sapevo.
Poi si rizzò, mi condusse alla finestra che aperse ed esclamò a voce bassa, come innanzi ad un tempio:
— Guarda.
Era un plenilunio d’aprile, vidi l’insieme in un attimo: un gran mondo assopito sotto l’incantamento della bianca luna. Il mio pensiero, la mia anima, tacquero; io ritrovava l’antico stupore che mi tenne fanciullo.
I miei occhi non distinsero particolari, da quella finestra aperta improvvisamente sulle quete campagne sentii giungere un largo respiro di cose addormentate. Una dolcezza nova mi velò gli occhi, ebbi volontà di pianto; il piano era «solingo più che strade per deserti.»
Solo a capo di una lunga strada che si perdeva sotto alla luna, fra gli olmi ultimi, neri nella massa uniforme, udii andare un carro nel cigolio lento che giunse e una voce cantò, la voce di un bovaro che andava aspettando l’alba:
— Si è levata la stella del bovaro,
fra poco sarà chiaro il giorno,