— Nel sole, nei liberi campi, potrai amarle, qui le piangeresti per la loro vita!...

Miseria guardò intorno. La casa gli parve un sepolcro e n’ebbe una repulsione, sicchè ritornò all’aperto e fuggì, traversando la pineta, verso la palude. Là col sorgere del sole avrebbe visto il novo essere di due anime nella serenità immensa.

E la norma di vita che si era prefissa avanti che l’anima sua si compiacesse d’amare, riprese.

Visse giorno per giorno del suo lavoro vagabondo e fece rider gli uomini, ridendo di loro.

Fu ben veduto nelle compagnie dei giovani, chè la sua gran satira non fu intesa da alcuno. Si divertirono essi superficialmente delle sue parole e più degli atti.

E così senza mendicare, superbo nella sua povertà burlandosi di tutto l’essere delle cose, Miseria aspettò la morte.

***

Miseria si fermò nel gruppo: ballavano. Seduto su di una panca, in alto, un cieco traeva l’arco in cadenza e dal suo violino uscivan suoni che parevano invero le voci della palude.

Teneva la faccia contro il cielo e rideva; per ogni guizzo della pelle era un suono, un suono, null’altro, chè lo spento lume delle pupille non era ad avvivare il volto del sorriso sapiente delle cose. Egli era in alto, ed il crepuscolo che dal padule saliva, lo irraggiò di un rosso vivo, come la testa di un fauno dagli occhi spenti. Aveva intorno al mento una barba nera o aggrovigliata e i capelli intorno al viso eran così.

Sorrise continuando il suono lento e malinconico; per ogni arcata ebbe un tremito: certo egli narrava così le voci udite e non intese, come il fremito delle acque dei paduli, lo zampillio di un fonte, il canto di una giovane bocca. Egli narrava, vecchio rapsodo delle solitudini, un suo mondo interiore, fatto come di ombre crepuscolari, e l’incerta visione nel rude suono rendeva a maraviglia.