Nel suo essere presero forma tutte le malvagità per le quali aveva sofferto e che altri inconsciamente, a solo scopo di gioia, gli aveva procurato; si vide solo, oggetto di riso fra mille indifferenti.

La sua esistenza, in vista tremula e balzante come un riso, doveva per conseguenza spegnersi in un cachinno.

Egli in un giorno in cui sentì molte energie incomposte fremere nel suo essere, pensò di burlarsi della vita e si fece una ragione: — Se avrò fame, mi riderò della fame; se verrà la morte, riderò della morte. Miseria sarà come il prato che ha sempre erba, come il fiume che non gela mai.

E così cominciò ad intessere la gran satira al destino. Ma giunto al termine dell’esaurimento, la forza del cerebro non resistette a quella di sensazioni più miti che irruppe dal cuore come una improvvisa volontà di pianto.

Si sentì sfinire; il cachinno non era sulle sue labbra, ma dentro sè stesso, come fiamma che tutto avvolga distruggendo.

Pertanto si sollevò lentamente, mentre gli altri, compiacendosi ancora de’ suoi atti stanchi, ne ridevano.

Con improvvisa irruenza, si volse e li guardò in viso:

— Ci sarebbe alcuno fra voi, che avesse il core di darmi un pane, s’io fossi per morire affamato?

Nanni si sporse tenendo fra le mani un ciottolo e glielo tese.

— Ecco, tu hai denti buoni e un appetito insaziabile.