La palude era nel silenzio sinistra e rossa; il sole prima di discendervi, sull’acque morte come in un singolar specchio di tristezza, fulgeva.

Man mano che Miseria avanzò, non ebbe percezioni di suono, sentì di non dover percorrere tutta la via lunga e diretta verso gli orizzonti, ma pertanto andò curvo come una canna dispoglia delle sonanti lame, andò come un fil d’erba in un ruscello, soffermandosi a seconda che la forza voleva.

La palude azzurra in certi mattini e piena di gridi e di frulli e odorante di strani fiori molli e viscidi come la sua melma, gli ebbe talvolta regalati i suoi frutti, libera ed ampia seppe dirgli la forza del suo essere, la verità della vita, la grandezza della libertà.

Uno spirito nomade, che avvolge e determina l’agire di una esistenza, era in lei come nei cieli, aveva insegnamenti biblici:

— Io t’ho creato perchè tu mi ami sii come me incolta e malefica a chi voglia togliermi l’aspetto mio.

Specchio dei cieli, povera di frutti, ma ampia e padrona come i venti del nord, come il più alto dei soli.

E però ell’era in quello spegnersi crepuscolare, silente e rossastra, quasi dolente per la morte di una sua creatura. Non gracidò una rana, non gridi d’anatre emigranti, dall’alto, nè cenni di vita da lontananze: non fu un tinnire che piangesse il crepuscolo; ell’era chiusa come da insuperabili barriere, sicchè sola nel mondo pareva e tutto il mondo in lei.

Sull’acque aperte a tratti i bagliori non si stendevan diritti e dilaganti, ma erano a interruzioni di ombre violacee; gruppi di steli o qualche stelo solitario si levava diritto aprendo una corolla.

Eran mollezze verginali, della stanca verginità delle acque e negli spazi liberi ove più viva si effondeva la luce, sicchè come per fosforescenze proprie la palude abbagliava, il tuffarsi di una rana, il cadere di un chicco di sementa, apriva sulle immote superfici, un allargarsi di cerchi oscuri succedentisi in ritmo fino alle ultime vibrazioni, appena violette nel rosso acceso.

Qualche argine sottile si allungò sotto il crepuscolo perdendosi; la melmosa superfice celata da esili canne, stava insidiosa agli inesperti. E veramente rifulse sotto l’ombra delle canne, fra i giunchi, fra le alghe ove l’acque eran verdastre per l’ombra, come antichi bronzi dissepolti, qualche livido profilo di donna, dalle larghe pupille aperte, chiare e verdi, di un singolare stupore. Le alghe attorcigliandosi, come rettili lenti, alle carni, ai capelli; le alghe dei fondi oscuri nate dalla putredine, per loro lento vibrare, davano all’irreale figura apparenza di cosa viva, sicchè essa si animò nel silenzioso stupore e dai larghi occhi immobili, sinistramente, come dolorando vibrò insidie, tetra medusa delle solitudini.