Il popolo ricordava il grandioso avvenimento, come si ricorda un sogno incerto.
Non così della croce; ell’era tragica ed oscura stava sugli abissi, nei luoghi altissimi, simbolo di morte e di redenzione.
Epperò ell’aveva il fascino dell’ignoto, era la sfinge dei semplici che dalla pura fede passano al fanatismo idolatra del simbolo.
Gesù non era in lei, l’uomo rude non seppe elevarsi; la croce dei culmini fu come le cose incomprensibili e mute.
L’uomo la temette e l’adorò.
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Ogni anno, sulla fine di febbraio, agli inizi della nuova stagione, il popolo adunatosi, saliva in processione verso la croce, sul monte.
Era quello il pellegrinaggio della disperazione, poichè ognuno in quel giorno, presi tutti i suoi dolori, gli antichi e i recenti, sotto la pena, andava come al Calvario, per implorare la grazia. Chè sotto al sole son due cose impellenti, la vita e il dolore; ovunque la vita germini, il dolore penetra, contorce, disforma.
Se un uomo dirà ad un suo simile: — Io son con te difendiamoci! Avrà segnato un patto di fratellanza, ma non si sarà difeso da chi veglia su lui nelle tenebre e cerca il varco per infiggergli nell’anima l’assillo del tormento.
Così che anche nella fruttifica valle, anche sui monti ubertosi, ove per apparenze dolci e solitarie, ove per straordinarie paci, parea regnasse la gioia, la gioia della semplice vita che si contenta di sè stessa ed aspetta la morte come un frutto, era disceso il sinistro fato della tenebra, ed aveva lasciato cadere a larghe mani sulle case remote, sulle case che si stringevano dappresso, come in allacciamenti, il suo veleno.