— Venite adoremus. —
E fu l’invito. Mille braccia si protesero, mille grida salirono turbinando nell’aria; uno spirito convulsivo travolse la turba, sicchè per la foga del dire, le molteplici implorazioni si fusero in un grido unico e selvaggio. Sulla larga spianata del culmine, sotto il sole moribondo, di un rosso acceso, come invasa da un folle senso di martirio, la turba si contorse in un febbrile fanatismo cieco.
Nell’ansia di prostrarsi alla croce, di baciare il macigno, si sospinsero, con furore gridando; chi fu calpesto e si rialzò col volto sanguinante, si lanciò più accanitamente verso la croce.
I bambini, le donne, i vecchi, le più deboli creature, trovarono la forza di aprirsi un varco, di giungere al macigno.
— Gesù, Cristo Gesù, fate la grazia, fate la grazia.
Una donna pallida e macilenta (le si erano sciolti i capelli nella ressa, pochi capelli lisci e sottili) alzò fra le braccia un bambino, una povera creaturina deforme, che penzolò nell’aria come un cencio e socchiuse gli occhi mugolando contro il sole.
Ella ebbe una voce metallica ed aspra, parve che gridando così si schiantasse.
— Signore, Signore, guarite il bambino mio, Signore, vi darò la mia vita.
E più disse e più si affannò, finchè esausta fu travolta da sopravvenienti.
Quando fu al largo si asciugò la bocca con la mano e sulla palma vide una traccia di sangue. Il sole l’avvolgeva come nella porpora; diritta sull’abisso ella guardò il mare di nebbie fluttuare, il suo occhio contro la luce si allargò addolcendosi: