— Voi siete Malusa?
Rispose la donna.
— Sì.
E chinò il capo. Poi gli toccò un braccio e timidamente disse:
— Se volete, vado a piedi, mi sento bene.
Innocenzo alzò le spalle:
— No, vi accompagno.
Malusa si rintuzzò, si raccolse, cercò ogni modo per occupare il minor spazio possibile e non alzò il capo mai, nè gli occhi, assecondando con tutto il corpo le scosse del bagherino. Ancora le sue vesti erano bianche di polvere, sotto il labbro aveva una ferita sulla quale il sangue raggrumato e la polvere avevan lasciato un solco nerastro; tutti i capelli aveva in disordine, il volto immobile, nelle linee quasi di pietra, parea un’antica maschera di dolore.
Innocenzo non si maravigliò di trovarla sul suo cammino, molte volte nella pineta l’aveva incontrata; ella raccoglieva le erbe e componeva filtri speciali per incanti e magie. A questo suo mestiere era stata costretta, altro non le sarebbe rimasto per vivere, la superstizione cieca e il destino ve l’avevano costretta.
Ella non sarebbe potuta entrare in nessuna casa, i giovani bensì andavano a lei per averne qualche aiuto nell’amore. Dava le polveri che avrebbero avvinta qualsiasi volontà contraria al desiderio dell’amatore. Diceva con la voce fessa: