Poi chinò il capo ed abbassò gli occhi come s’egli dovesse dolersi di ciò e qualunque sua parola fosse un veleno per lui.
Ma in fondo a quella umiliazione era una gioia serena e grande e luminosa come per mille astri; sentiva nascere e crescere in sè stessa un germe che le dava una grande felicità come non mai; avrebbe singhiozzato sulla rupe, sotto la neve, nel fuoco; avrebbe voluto nel suo corpo tutti i martirï, tutte le sofferenze per poter gridare: — Innocenzo, Innocenzo io vi dò il mio dolore per la vostra bontà; io vi dò l’anima mia, non posso compensarvi in altro modo se non soffrendo! — e torcersi fra gli spasimi, ed esser donna nel suo ultimo sorriso di sacrificio.
Un essere fra i maggiori, un uomo ch’ella non avrebbe osato guardare, grande ed eletto fra mille, si era curvato fino a lei, l’aveva protetta, sollevata, difesa con la sua mano, dalla morte, dagli uomini, da tutte le persecuzioni; le aveva parlato con dolcezza come ad una creatura giovane e semplice; l’aveva tenuta accanto a sè senza temere i malefici che erano con lei sempre; l’aveva salvata infine da due martiri e senza superbia alcuna, come se avesse posato un bacio sulle guancie di un figlio suo. Adunque egli era un Dio? Era il Signore?
Malusa avrebbe compiuto l’atto più umile con entusiasmo pur di potergli rendere qualcosa, di entrare nella sua grazia per qualche atto suo. Era tormentata, i suoi pensieri si succedevano a scatti, come una luce che simultaneamente risplenda e scompaia. Non vi era nervo nella sua persona che non tremasse, avrebbe voluto gridare, non piangere. Una esasperazione sempre maggiore s’impossessava di lei, chè a momenti le pareva di entrare in una vita nova, a momenti d’esser presso alla morte.
Aveva visto scendere fino a lei il Signore, nella sua cantina, nel buio e tutto si era acceso per la sua presenza: ora bisognava ch’ella compisse la volontà del Signore. Le sue mani si agitavano convulse, non sapeva ove andasse, a volte la mente le si smarriva senza connettere nessuna cosa, a volte tornava in un pensiero luminoso per darle gioia.
Ella poteva benedire finalmente qualche cosa nella vita; la forza muta del suo essere che ogni giorno più s’innaspriva nell’inerzia e nel disprezzo, poteva scaturire ora violenta nella riconoscenza, ricoprire tutto il mondo, vincerlo, farlo sottostare alla sua volontà. Poteva dire del bene per qualche anima, prostrarsi per qualche essere.
Aveva trovato un legame per riaccostarsi a Dio. Una mano si era tesa per farla salire su di una scalea di marmo verso la porta di un tempio, e le cortine oscure si aprivano ad un tratto, si squarciavano innanzi a lei ed ella vedeva sull’altare, ampio sotto le arcate enormi, in una luce bianca, come di mille argenti, Innocenzo, chiamarla, come un santo, verso la pace, verso il Signore, verso Dio nel più alto de’ cieli.
Si gettava sulla terra ginocchioni, singhiozzando. Innocenzo la guardò e le disse:
— Che avete?
Ella alzò gli occhi lucidi e rispose: