Gli disse in prima:
— Sai tu cavalcare?
E siccome Innocenzo rise quasi volendo punire una supposta ingenuità del vecchio, questi lo guardò e disse:
— Ebbene, vieni, ti proverò.
Andarono per la pineta. Quando il vecchio mandò un sibilo dalle labbra, uno scalpitio sordo sull’erba si udì e una veloce giumenta saltò un cespuglio e ansando tese le froge. Il vecchio allungò una mano, ella vieppiù si appressò finchè egli l’acciuffò per la criniera e la tenne.
Stette la bestia tremando, quasi paurosa e abbassate le orecchie ed il capo scalpitò, pronta alla ribellione più selvaggia. Il vecchio si volse:
— Ebbene? Che fai? Provala.
Innocenzo si avvicinò prese lo scatto e le saltò sulla groppa di colpo. Il vecchio si ritrasse.
La giumenta stette un poco come incerta e perplessa dalla risolutezza del giovane, poi all’avvio ch’egli le dette, ridestatasi come, s’impennò, ricadde, impresse di poi con le reni un formidabile urto al giovane, il quale, per quanto si tenesse saldamente avvinto sulla groppa, dall’improvviso scatto fu gettato sull’erba come corpo inerte. Il vecchio si rivolse: egli non ebbe riso sulle vecchie labbra, ma le parole che disse furon d’ammaestramento.
Innnocenzo ne fece tesoro, poi, siccome quegli partì, rimase solo e padrone nella solitudine del bosco.