E dai venti anni fino a questa sua tarda età, non ancora una volta aveva desistito dalle abituali cure giornaliere.
Di grido in grido quasi balzando, forte, tenace e gagliardo, dall’aurora al tramonto, lungo la vita fino al silenzio della morte, stette e sarebbe stato.
Egli era la vertigine della corsa e la soave sicurezza della potenza, più forte di qualsiasi ribellione, vincitore cosciente e sereno.
L’avevan visto in isfrenata caccia, i vecchi pini passare su puledri veloci, impetuosa bufera, fra schianti e scricchiolii, come un elemento di rovina; i capelli al vento, curvo sulla groppa, stringendo fra le mani il laccio sibilante, pronto a lanciarlo nell’aria, come lo snodarsi repentino di un serpe, nel grido dell’ira.
Solo: egli aveva nell’anima tutte le tempeste e tutti i sereni; sarebbe stato sotto al fulmine a capo scoperto, senza tema, trovando nel rombo convulso della forza straordinaria, la vita, il potere. E se la morte l’avesse avvolto in quella luce, egli sarebbe superbamente caduto, senza viltà, piombando al suolo in uno strepito grande, come un granito.
Nella sua anima non erano oscurità.
Considerava la vita un dono e l’amava come un dono.
Benediva senza avere ferma coscienza di fede, la mano ignota che aveva fatto sì ch’egli aprisse gli occhi alla luce.
La luce era il suo eterno idillio e il suo eterno amore.
Non temendo la morte, aveva un attaccamento vivo per la sua esistenza bella. Non era nel suo essere alcun senso di viltà al pensiero della fine, non lo spaventava il silenzio delle tombe. La compenetrazione della vita nella sua intima essenza e nella sua parvenza più bella: la luce, aveva fatto sì ch’egli avesse mille fedi ed una: la fede per il seme e per la pianta; per l’insetto e per il bue; per qualsiasi essere sotto la luce e il calore, che sintetizzavano per lui, l’onnipotente volontà alla quale pensava con un sorriso per sentirsene eletto figlio.